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Tasse sospese, il nuovo stop taglierà del 50% il conto d’autunno

La manovra d’estate punta a tagliare del 50% le rate delle tasse sospese dai decreti anticrisi e attese alla ripartenza di settembre. A questo obiettivo servono i 3,8 miliardi che come anticipato sul Sole 24 Ore di ieri saranno dedicati al fisco nel decreto di agosto, dopo che il 29 luglio il Parlamento voterà sul nuovo deficit da 25 miliardi deciso dal consiglio dei ministri.

Il disavanzo aggiuntivo serve appunto anche per collocare dopo fine anno una quota dei pagamenti, che per il momento sono stati calendarizzati con il ritmo serrato delle quattro rate mensili fra settembre e dicembre proprio per l’assenza di spazi di deficit. Ma il problema riguarda imprese e autonomi in difficoltà, i primi interessati dalle sospensioni dei mesi scorsi: rimettere mano al calendario, come spiegato dal governo nel comunicato diffuso dopo l’ennesimo Consiglio dei ministri notturno, è quindi indispensabile per non far venir meno «il sostegno alle imprese e ai settori maggiormente colpiti dalla crisi».

Proprio la crisi, con un paradosso solo apparente, secondo i calcoli del ministero dell’Economia aiuta ad alleggerire di molto la quota di nuovo deficit necessario a rallentare le richieste del fisco. Perché le stime iniziali, inserite nelle relazioni tecniche ai decreti che via via hanno fermato i pagamenti, parlavano di tasse sospese per oltre 20 miliardi. Ma i primi calcoli erano basati sui dati 2019, poi corretti in base al crollo del Pil dell’8% stimato nel Def di fine aprile. E i numeri della fatturazione elettronica e delle altre banche dati che tastano in tempo reale il polso al Paese indicano che i modelli macroeconomici hanno colto solo una parte della realtà. Com’è inevitabile quando la congiuntura gira così violentemente.

Secondo le ultime stime di Via XX Settembre, la ripresa dei versamenti non porterebbe nelle casse dello Stato più di 7,6 miliardi: in quest’ottica, i 3,8 della manovra d’estate serviranno quindi a tagliare della metà i versamenti ancora dovuti nel 2020, spostando il resto agli anni successivi. In un calendario che dovrebbe distendersi su più annualità per minimizzare le rate. Anche perché nel frattempo dovranno riprendere i ritmi ordinari dei pagamenti, pur modificati nelle intenzioni del governo dalla riforma del “fisco per cassa”. L’arretrato, quindi, dovrà farsi sentire il meno possibile per non soffocare sul nascere le chance di ripresa di questi contribuenti.

A tagliare drasticamente il conto iniziale delle tasse sospese sono intervenuti più fattori. Nello stop rientrano infatti i versamenti Iva, mensili e trimestrali, le ritenute mensili Irpef e i contributi Inps e Inail. Ma l’Iva è stata falcidiata dal lockdown, che ha colpito spesso fino ad azzerare i fatturati di aprile e maggio e ha danneggiato anche marzo, mese finale del primo trimestre. Mentre il gettito fiscale legato al lavoro dipendente è crollato con i 2,1 miliardi di ore di Cassa integrazione autorizzati per 12,6 milioni di lavoratori, in base ai dati forniti mercoledì alla Camera dal ministro dell’Economia Gualtieri. Senza contare la Cassa in deroga delle Regioni, che ha limato ulteriormente l’imponibile. E poi c’è chi ha pagato comunque. Soprattutto a marzo quando, come si ricorderà, la notizia ufficiale della sospensione è arrivata con un «comunicato legge» il venerdì prima della scadenza, mentre la norma è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il martedì successivo.

In nessuno di questi dati c’è una buona notizia, perché una caduta del genere delle entrate fiscali complica la ripresa del flusso di ossigeno che serve ai conti pubblici. Del resto i segnali di tensione non sono mancati in questi mesi, dal “no” a proroghe e moratorie per l’Imu al rinvio in formato solo mini della scadenza del 30 giugno per professionisti e autonomi, senza slittamenti ulteriori dopo il 20 luglio.

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