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Tasse, il taglio dell’Ires e quella partita da 5 miliardi per le banche

La legge delle conseguenze non volute prevede che ogni cambiamento in un sistema complesso produca effetti imprevisti. Ma quando il governo ha varato la manovra di bilancio il mese scorso, nessuno ha capito che stava per confermarne la validità.
Ridurre l’imposta sul reddito delle società (Ires) anche solo dal 2017, come previsto in Legge di stabilità, rischia di creare immediatamente seri problemi a una categoria molto particolare di imprese: le banche italiane. Gli istituti potrebbero subire un’erosione del patrimonio di un valore, nel complesso, fra i quattro e i cinque miliardi di euro. Non sarebbe certo una spinta al credito, che continua a contrarsi. Tanto meno lo sarebbe in questa fase di ripresa, confermata ieri dalla scelta di Moody’s di portare da negative a stabili le prospettive sul giudizio di tenuta finanziaria del sistema bancario del Paese.
Il paradosso è che una manovra di bilancio disegnata per facilitare la crescita rischia, senza volerlo, di frenare il credito. La Legge di stabilità determina che l’Ires resti invariata l’anno prossimo, ma che la sua aliquota scenda dal 27,5% al 24% dal 2017. Si tratta di una misura pensata per sostenere le imprese, eppure minaccia di avere per le banche effetti collaterali ai quali nessuno sembra aver riflettuto per tempo. Gli istituti italiani vantano infatti verso lo Stato molte decine di miliardi di euro in crediti d’imposta: in altri termini, titoli che danno diritto a una deduzione fiscale dal reddito degli anni futuri o da qualunque altro prelievo (per esempio i contributi sociali), o che il detentore può vendere a chiunque sul mercato.
Quei crediti d’imposta sono un’eredità della Grande recessione. Il fallimento di decine di migliaia di imprese dal 2008 ha gonfiato i bilanci delle banche di prestiti irrecuperabili o a rischio per 348 miliardi di euro. E ogni perdita su questi crediti genera una possibile deduzione fiscale. È per questo che le potenziali deduzioni fiscali delle banche sono state trasformate in crediti di imposta con una legge del 2010. E ora i crediti di imposta verso lo Stato sono qualcosa molto simile a un attivo così sicuro da far parte del patrimonio di una banca. La loro presenza per il momento è determinante: più ampio è il patrimonio, maggiore è il credito che un istituto può estendere a famiglie e imprese.
Su questo delicato ingranaggio, già contestato dalla Commissione europea, è arrivata la Legge di stabilità con un impatto destabilizzante. Tagliare l’aliquota Ires dal 2017 in poi significa infatti ridurre di colpo anche il valore dei crediti d’imposta che puntellano il patrimonio delle banche. E le norme di contabilità, sulle quali si basa la vigilanza della Banca centrale europea, impongono agli istituti di ridurre il capitale non appena viene tagliato il valore dei crediti d’imposta degli anni futuri. In altri termini, se la Legge di stabilità passasse così com’è, dal primo gennaio prossimo il patrimonio di Intesa Sanpaolo o Unicredit perderebbe di colpo circa un miliardo di euro. Quello di banche come Mps o Ubi, varie centinaia di milioni. L’erosione per il complesso del sistema bancario italiano sarebbe fra i quattro e i cinque miliardi. Alcuni istituti verrebbero costretti dalla Bce a varare nuovi aumenti di capitale e tutti dovrebbero contenere il credito oppure i dividendi agli azionisti. La ripresa muoverebbe un passo indietro.
Poiché è uno scenario da scongiurare a tutti i costi, il governo e le banche studiano da settimane un intervento correttivo. Una soluzione è possibile, benché costi al bilancio pubblico fra 150 e 350 milioni su ciascuno dei prossimi dieci anni. C’è però una complicazione in più: secondo la Commissione europea, trasformare per legge in crediti d’imposta e dunque patrimonio bancario le perdite su credito equivale a dare un aiuto di Stato agli istituti. Suona illogico, perché sono in gioco tasse non dovute eppure già pagate dalle imprese allo Stato (e non il contrario). Ma Bruxelles chiede che le banche versino un indennizzo al governo. E il precedente della Spagna non aiuta, perché quest’autunno a Madrid le banche si sono arrese: hanno pagato per davvero.

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