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Tasse fino al 74% del reddito così la pressione fiscale affonda le piccole imprese

Sotto il Vesuvio, anche per colpa della spazzatura. All’ombra delle Due Torri, per l’Imu impazzita. I piccoli artigiani muoiono di tasse. Statali, ma soprattutto locali. Nelle ventuno città capoluogo una pressione fiscale da record, pari al 66,27% nel 2012, sta uccidendo le botteghe italiane: calzolai, erboristi, sarti, fabbri, corniciai, falegnami. A Napoli e Bologna peggio che altrove. La prima, col 74,16% di reddito d’impresa risucchiato dal fisco (quasi tre quarti), guida la classifica dei tartassati. La seconda, al 73,29%, quella del rialzo in dodici mesi (quasi dieci punti in più). Ma quel che è peggio, nessuna delle grandi città scende sotto il 61,18%, toccato alla “fortunata” Trieste. E se gli enti locali, quest’anno, decidessero di spingere ancora sull’acceleratore, portando le aliquote al massimo consentito, si arriverebbe al primato: 70% in tasse, 254 giorni per pagarle, fino all’11 settembre della catastrofe fiscale.

«Non c’è il tempo per riprendersi. Ogni mese una tassa. Ma come posso pianificare così? Come pensare a investire e migliorare la qualità del mio prodotto?». Angela Moles da trent’anni lavora nella moda a Bologna. Una linea sartoriale di qualità, ma limitata, che sforna costumi e abiti anche per lo spettacolo. Oggi — lei, un socio e una dipendente — vive tutto il peso del fisco fuori controllo. «Non hai respiro. Solo scadenze e bollette. Allora sei costretto a usare i
voucher se vuoi più collaboratori e a fare lo slalom tra le offerte per tagliare sui costi delle utenze. Non sono sorpresa che Bologna sia in testa. Non era così trent’anni fa». Come Angela, molti artigiani. La Cna ne riassume gli affanni nella ricerca “Città che vai, tasse che trovi”. «Abbiamo salvato il Paese, ma io muoio. Questo mi dicono gli imprenditori, hai vogliaa parlare didefault», racconta il presidente Ivan Malavasi. «I dati dello studio raccontano una cosa sola: stiamo sparendo, non abbiamo più risorse per vivere. Se un artigiano deve attendere settembre per guadagnare per sé e la famiglia è finita. Capisco i commercianti che fischiano. Il governo non ha più tempo per dire cosa farà. Ha un tempo solo: fare».
Le cifre sono dure. Il Centro studi della Cna ha calato nei ventuno capoluoghi la realtà di una piccola impresa fiorentina individuale presa a media e prototipo delle botteghe italiane (quasi due milioni quelle simi-li): cinque dipendenti a tempo indeterminato (quattro operai e un impiegato), due locali (un laboratorio di 350 metri quadri, un magazzino con spazio espositivo da 175), reddito annuo di 48 mila euro. Le tasse erariali (Irpef e contributi versati alla cassa artigiani) sono uguali ovunque.Quelle locali no (Irap, addizionali regionali e comunali, Imu, rifiuti). E qui si giocano mille contraddizioni. L’-I-mu sopra tutte. Lo stesso laboratorio in zona semi centrale ha un valore catastale di 603 mila euro a Bologna, ma di 66 mila euro a Palermo. Quello del negozio varia tra i 397 mila euro emiliani e i 100 mila di Potenza. Una variabilità — «iniquità», scrive la Cna — che incide sul peso del prelievo locale. Se quello statale difatti è costante dal 2011 (attorno al 37%), l’altro è passato dal 23,5 del 2011 al 28,61 del 2012. E arriverà al 32,3 quest’anno se gli enti locali alzeranno al massimo le aliquote. La forbice quasi si chiude: centro e territorio tassano più o meno allo stesso modo, in nome di un federalismo fiscale incompiuto. Un raddoppio «insostenibile» che lascia all’imprenditore solo il 39% del suo reddito (il 30 a Bologna, il 34 a Roma, il 41 a Milano, il 43 a Catanzaro). Da intascare però solo da settembre in poi.
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