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“Tasse evase con fatture gonfiate il Cavaliere guidava la maxi frode anche senza cariche in Mediaset”

Cifre da conto economico in crisi, 17,5 miliardi di vecchie lire nel 2000, 6,6 milioni di euro nel 2001, 4,9 nel 2002 e ancora 2,9 nel 2003. Molti reati già prescritti. Mai il presidente Berlusconi ha evaso le tasse, si ostinano a dire i suoi legali Coppi, Ghedini e Longo. Ma dal 29 agosto del 2013 — ieri, giornata epocale — affermazioni apodittiche come questa dovranno fare i conti con il “peso” delle 208 pagine della Cassazione. Il primo agosto la decisione, Berlusconi condannato a 4 anni per frode fiscale, interdizione rinviata in appello; 28 giorni dopo la sentenza scritta. Un’accelerazione che gioca un brutto scherzo all’ex premier per tre buone ragioni. Adesso, il processo in appello per l’interdizione potrà correre più in fretta. Cade un argomento forte per chiedere un stop alla procedura di decadenza nella giunta per le immunità del Senato. Sarà più difficile fare ricorso a Strasburgo, perché la Cassazione declina attentamente il capitolo del giusto processo edella denegata difesa.
BERLUSCONI SAPEVA
Questo è il clou delle motivazioni. Berlusconi sapeva. Cade definitivamente il teorema del «non poteva non sapere», quello del Cavaliere condannato per un teorema e non per delle prove, con cui s’è tentato di crocifiggere il presidente del collegio Antonio Esposito per via dell’intervista alMattinodel 6 agosto. Invece ecco cosa si può leggere a pagina 186 del testo sottoscritto dai cinque giudici del collegio: «Le risultanze processuali dimostrano la pacifica diretta riferibilità a Berlusconi dell’ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest e occulto, cioè di quel meccanismo delle società facenti capo a lui».
IL GIOCO DEI DIRITTI
Dice proprio così la Suprema Corte. Un gioco. Il «gioco dei diritti». I giudici lo riassumono in quattro, sintetici passaggi che fanno la storia della grande evasione Mediaset. «Mediaset trattava gli acquisti, mediante suoi uomini di fiducia, direttamente con le Major Usa. Linearità commerciale e fiscale avrebbe dovuto comportare che quegli acquisti le venissero fatturati. Invece le fatture che la società usava a fini di dichiarazione fiscale le erano rilasciate da altro soggetto (la società Ims), all’uopo costituita all’estero. L’importo dei costi in tali fatture indicato non era commi-surato al prezzo d’origine, bensì enormemente maggiorato in esito ai passaggi intermedi, privi di ragion d’essere commerciale». La triangolazione è tutta qui. Mediaset da una parte, il socio americano Frank Agrama dall’altra, i passaggi tra le società con il prezzo che sale ogni volta. Alla fine della strada c’è la falsa dichiarazione fiscale allo Stato italiano. Raramente, con parole così semplici ma efficaci, è stata riassunta la truffa Mediaset.
LA MANO DEL GENIO
Chi ha inventato, gestito e utilizzato il «giro dei diritti»? Ovviamente il Cavaliere. Scrive la Cassazione: «I giudici di merito, con una motivazione solida e coerente, hanno individuato le caratteristiche del meccanismo riservato, direttamente promanante in origine da Berlusconi e avente, sin dal principio, valenza strategica per l’intero apparato dell’impresa che a lui fa capo». I giudici danno atto alla Corte di appello di Milano di aver ra-gionato e scritto «con assoluta linearità logica». Soprattutto quando hanno ricostruito la storia economicamente criminale di Berlusconi. Che, a questo punto, la Cassazione fa sua e consegna alla definitività della sentenza quando mette in evidenza «la continuità della gestione dei diritti di sfruttamento delle opere televisive nella forma dell’acquisizione attraverso passaggi di intermediazione fittizi, tutti accomunati dall’aumento considerevole di prezzo lungo il percorso». Prima, durante e dopo c’è sempre il Cavaliere, checché ne dicano gli avvocati quando cercano di cavarlo d’impaccio. L’analisi della Cassazione è opposta: «L’avvio del sistema in anni di diretto coinvolgimento gestorio del dominus delle aziende coinvolte — Silvio BERLUSCONI (volutamente riportato in caratteri maiuscoli, ndr.) — e, poi, l’evoluzione del medesimo sistema secondo schemi adattati alle modifiche societarie e anche alle necessità d’immagine esterna».
DOMINUS ANCHE DOPO IL ‘94
Berlusconi, il padre-padrone dell’impero Berlusconi. Dove non si decide e non si muove foglia senza che lui lo sappia e abbia dato il via libera. Proprio come nell’affaireMediaset dove «i personaggi vengono mantenuti sostanzialmente nelle posizioni cruciali anche dopo la dismissione delle cariche sociali da parte di Berlusconi e sono in continuativo contatto diretti con lui, di talché la mancanza in capo a Berlusconi di poteri gestori e di posizione di garanzia nella società non è dato ostativo al riconoscimento della sua responsabilità». La schiera degli uomini di fiducia è ormai nota, Carlo Bernasconi, a capo del comparto acquisto diritti all’estero, definitivo manager «riservato per non dire inaccessibile» che, come ha messo a verbale l’ex amministratore delegato Franco Tatò, «dava conto della sua attività direttamente a Berlusconi e non riferiva al consiglio di amministrazione». Era, come racconta l’ex responsabile dei contratti Silvia Cavanna, «al di là delle qualifiche, nella tv, il factotum di Berlusconi». «Era il suo braccio destro » (Sanders). E ancora l’ex manager Finivest DanieleLorenzano, «legato da strettissimi rapporti» col Cavaliere, condannato come l’a collega Gabriella Galetto. Per chiudere Frank Agrama, definito «un mero agente Fininvest-Mediaset, la cui intermediazione non comportava alcun costo aggiuntivo per le entità di Berlusconi» e che con lui aveva «stretti rapporti ed era considerato sostanzialmente un intoccabile».
L’IPOTESI TRUFFA
È mai pensabile, in una macchina come questa, che l’ex premier sia stato a sua volta vittima di una truffa? La Cassazione considera del tutto inverosimile «l’ipotesi alternativa che vorrebbe tratteggiare una sorta di colossale truffa ordita per anni ai danni di Berlusconi da parte dei personaggi da lui scelti e mantenuti nel corso degli anni in posizioni strategiche ». Tutto si può credere di Berlusconi tranne che egli sia, dal punto di vista imprenditoriale, così ingenuo e distratto da farsi passare sotto il naso costi maggiori, immotivati, per giunta nascosti nelle pieghe dei bilanci aziendali. Ugualmente destituita di fondamento la tesi di Franco Coppi, quella che vorrebbe vedere non il reato di frode fiscale ma in subordine una semplice sovrafatturazione, soprattutto perché alla fine proprio Berlusconi resta «il soggetto che in ultima analisi continuava a godere della ricaduta economica del sistema praticato».
TESTI INUTILI E LEGITTIMO IMPEDIMENTO
Stroncato in punto di fatto, Berlusconi e il suo team legale vengono pure bacchettati in punto di diritto. Bocciata la lagnanza, che adesso Ghedini e compagni vogliono far valere a Strasburgo, dei testi negati. La Corte, sulla base di una consolidata giurisprudenza, ricorda che «il diritto alla prova spettante all’imputato va bilanciato in forma equilibrata con le esigenze della ragionevole durata del processo » e dà ragione allaCorte di appello che ha spiegato «con argomentazioni prive di vizi di illogicità come fossero del tutto legittime, a fronte di un lunghissimo e sovrabbondante elenco di testi, la decisione del tribunale del 28 febbraio 2011 di limitarli solo a due, considerato anche l’incombere della prescrizione». Idem per la pretesa di Berlusconi di evitare le udienze avvalendosi del legittimo impedimento per via della sua carica, all’epoca, di premier. La Cassazione sottoscrive la Consulta che già aveva richiamato Silvio a tenere in debito conto «le esigenze del processo rispetto a quelle politico-istituzionali».
PREMIO DI CONSOLAZIONE
Su 208 pagine solo 3 sembrano dar ragione al condannato Berlusconi quando giudica eccessiva la pena accessoria, quell’interdizione dai pubblici uffici che sta per diventare la nuova ossessione del Cavaliere perché rischia, qualora egli dovesse davvero riuscire a sfangare la legge Severino, di riproporre la sua immediata decadenza dal Senato. In effetti, ragiona la Corte, la solita giurisprudenza non è monocorde nel valutarne il peso rispetto al reato contestato. Milano ha chiesto 5 anni, il sostituto procuratore generale della Corte ne ipotizza 3, salomonicamente la Corte non decide da sé e rinvia in appello a Milano.
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