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Tasse e multe, in 21 anni non incassato l’87% dei crediti

È allarme rosso sulla riscossione. Dal 2000 al 2020 si stanno perdendo per strada quasi l’87% di multe e tasse contestate da enti locali e agenzia delle Entrate. Il tutto a fronte di un numero monstre di contribuenti raggiunti dalle cartelle: sono 18 milioni tra cittadini e operatori economici. È quanto emerge da una elaborazione de «Il Sole 24 Ore» che ha messo a confronto in queste due pagine i dati della Riscossione, delle Entrate, dell’Ifel e della Corte dei Conti. Un problema che si è stratificato nel tempo, nonostante la riscossione da ruolo, dopo la riforma del 2005, ha avuto, nei suoi valori assoluti, un progressivo incremento: da una media di circa 3 miliardi all’anno incassati dal 2000 al 2005 si è passati ad una media annuale di circa 7,5 miliardi nel periodo Equitalia (2006-2016) fino ad arrivare, anche grazie alle definizioni agevolate, ai 10,9 miliardi di euro nel periodo successivo alla nascita di agenzia delle Entrate–Riscossione (Ader 2017-2019).

Come messo in luce dalla Corte dei conti su 100 euro affidati da recuperare, al netto di sgravi e sospensioni, in ventuno anni ne sono entrati, comunque, nelle casse dell’Erario e degli altri enti impositori appena 28. Con cifre che si assottigliano per i crediti che più recentemente sono stati affidati all’agente della riscossione.

E qui vanno individuate almeno due concause. Da un lato, una difficoltà strutturale a riscuotere che viene da lontano. Fin dall’unità d’Italia la riscossione affidata alle differenti figure di esattori privati era tenuta a debita distanza dalla politica. Nel 1999 con la prima vera riforma della riscossione ci si rese conto delle difficoltà che la macchina della riscossione era costretta ad affrontare per recuperare le somme non versate. L’obbligo di rendicontazione per ogni singolo ruolo non avrebbe fatto altro che paralizzare l’intera macchina della riscossione privata e a cascata, per i relativi controlli, quella pubblica. Dall’altro le scelte della politica che dal 2011 in poi hanno limitato fortemente i poteri dell’agente della riscossione che all’epoca si chiamava Equitalia prima che nel 2016 il Governo Renzi archiviasse quell’esperienza dando vita ad Ader.

Il risultato è stato quello di aver creato un magazzino dove oggi sono stipate oltre 163 milioni di cartelle esattoriali. Cifra al netto dei 9 milioni che saranno stralciati con il condono del decreto Sostegni-1 ma che comprende già gli oltre 10 milioni di Riscossione Sicilia, che dal 1° ottobre confluirà in Ader, sia i circa 13 milioni che ogni anno l’agente pubblico della riscossione emette.

Una montagna di crediti dello Stato e di altri enti che tra sanzioni e interessi vale complessivamente oltre 930 miliardi di euro, come messo in luce dall’analisi della Corte dei conti, e che interessa qualcosa come 18 milioni di debitori, come ha ricordato in più occasioni nel corso delle audizioni in Parlamento lo stesso direttore delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini. Il problema è che si tratta di ruoli ormai datati e quindi diventati sempre più difficili da recuperare. Il 79% dei carichi è stato affidato dal 2000 al 2015, mentre solo il residuo è più recente. Se si guardano gli enti titolari di questa montagna di crediti, considerando il loro controvalore in euro, è quasi totalitario il peso di agenzia delle Entrate (79%) e Inps (11,6%). Mentre i Comuni hanno crediti pari all’1,9% del monte complessivo sia perché progressivamente si sono sganciati dall’agente pubblico della riscossione sia perché i loro carichi, su cui pesano prevalentemente le sanzioni amministrative per violazioni al Codice della strada, sono di valore più esiguo.

Con questa situazione e senza un intervento mirato del legislatore ripulire il magazzino dei crediti incagliati dello Stato è impossibile e persino in molti casi antieconomica. Il conto è presto fatto. Per ogni debitore l’agente della riscossione ha diversi strumenti per avviare azioni esecutive e spingere a saldare quanto dovuto ma per ognuno non mancano le difficoltà operative da parte dei 7mila dipendenti di Ader. Facciamo qualche esempio. Il pignoramento presso terzi di stipendi e pensioni si presta alla possibilità di bloccare immediatamente l’importo da saldare ma l’Anagrafe dei conti non risponde puntualmente alle esigenze della riscossione perché fotografa situazioni e saldi relativi ad anni precedenti e dunque resta più funzionale alle esigenze dei controlli delle entrate mirati su anni d’mposta precedenti. O ancora le ganasce fiscali su autoveicoli o motocicli, su cui però diventa complicato per l’agente pubblico della riscossione gestire un parco mezzi di milioni di veicoli in caso di blocco o sequestro. Per non parlare poi dei pignoramenti di seconde case sulle quali sarebbe poi lo Stato a doversi sobbarcare i costi di gestione e manutenzione di milioni di appartamenti, villette e residence.

Il paradosso è che proprio dall’esterno Equitalia prima e Agenzia delle Entrate-Riscossione ora sono viste come il “volto cattivo” del fisco italiano. Eppure chi ci lavora è chiamato a rispondere in prima persona se non danno seguito alle azioni esecutive e non cercano di recuperare incassi ormai ingestibili o meglio in buona parte inesigibili. Inesigibilità che, allo stato attuale, rappresentano un ulteriore elemento di rallentamento o addirittura di blocco di tutto l’ingranaggio. Basti pensare che si è arrivati a fissare un calendario tale che i ruoli del 2000 potranno essere dichiarati inesigibili soltanto nel 2044. E senza misure strutturali la Riscossione resterà la cenerentola del sistema fiscale facendo perdere di efficacia anche alla compliance su cui gli ultimi Governi stanno spingendo per passare da incassi coattivi a quelli spontanei.

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