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Tassati gli interessi del prestito Srl

di Giampaolo Pignarelli

Il finanziamento erogato dall'impresa in qualità di socio di un'altra azienda si presume conferito a titolo di mutuo in assenza di prova contraria. Quindi gli interessi sugli importi corrisposti devono essere sottoposti a tassazione. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza n. 2735/11.

L'iter

La Corte si è trovata a decidere su un prestito effettuato da una Srl a un'altra compagine di cui era socia. L'ufficio aveva ritenuto che l'apporto dovesse essere riconosciuto come mutuo a titolo oneroso con produzione di interessi. Interessi che aveva ripreso a tassazione emettendo un avviso di accertamento ai fini Irpeg e Ilor relativamente all'anno 1994.

I giudici della Ctr Lazio (sentenza 28 giugno 2005 n. 75) avevano ritenuto, contrariamente a quanto sostenuto dal fisco, che il recupero a tassazione dovesse essere considerato illegittimo in quanto dal verbale del consiglio di amministrazione era emerso che il mutuo fosse infruttifero.

Le differenze

La Corte, prima di esaminare la vicenda, ha richiamato una serie di versamenti che non comportano un credito di restituzione. Come quelli in conto capitale che sono collocati in una riserva del patrimonio netto nella misura in cui non sono impiegati per ripianare perdite. Un discorso simile può essere fatto per i versamenti in conto futuro aumento di capitale che sono anticipi versati dai soci per la sottoscrizione di azioni o quote di futura emissione e per questo motivo non sono destinati al rimborso, ma all'imputazione a capitale una volta perfezionata la procedura di aumento dello stesso.

Diversa la situazione – precisa la Corte – per i capitali concessi a mutuo. In questo caso il comma 2 dell'articolo 42 del Dpr 917/1986 prevede che per queste ultime somme gli interessi, salvo prova contraria, si presumono percepiti alle scadenze e nella misura pattuita per iscritto e che se la misura non è indicata si computano al saggio legale.

L'articolo 46, comma 1, del Tuir prevede poi che le somme versate alle società in nome collettivo e in accomandita semplice dai loro soci «si considerano conferite a titolo di mutuo se dai bilanci allegati alle dichiarazioni dei redditi della società non risulti che il versamento sia stato effettuato ad altro titolo». La sentenza quindi – proprio in considerazione della norma richiamata – ha ritenuto che il versamento dovesse essere qualificato presunzione legale in quanto è stato lo stesso legislatore a imporre di considerare come «date a mutuo» le somme in questione tutte le volte che dai bilanci allegati alle dichiarazioni dei redditi della società non risulti che il versamento è stato fatto ad altro titolo o che sia a titolo diverso dal mutuo.

La dimostrazione

La Cassazione ha precisato, pertanto, che la presunzione legale di onerosità del prestito concesso dal socio alla società da lui partecipata può essere vinta solo da prova contraria (a carico del contribuente) ma che la prova non è libera, non può cioè essere fornita con ogni mezzo, ma soltanto nei modi e nelle forme stabiliti tassativamente dalla legge (sul punto si veda anche la sentenza della Cassazione n. 16445/09).

Per escludere che la somma erogata dal socio sia automaticamente ricollegabile a un rapporto di mutuo è necessario che il diverso titolo risulti dai bilanci allegati alla dichiarazione dei redditi dalla società beneficiaria. Pertanto non è sufficiente la semplice enunciazione del socio del versamento eseguito a incremento di capitale e l'assenza di dimostrazione contraria. La commissione tributaria regionale, invece, aveva tenuto conto esclusivamente del verbale del consiglio di amministrazione.

In conclusione, non essendo state osservate le norme per omessa allegazione dell'unica prova contraria alla presunzione ammessa , la Corte ha escluso la necessità di qualsiasi ulteriore accertamento e ha accolto in pieno il ricorso sollevato dalle Entrate contro la sentenza della Ctr.

 

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