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Tasi, incubo fuori dal comune

Mancano meno di tre settimane all’appuntamento con l’acconto Tasi del 16 ottobre e l’incertezza continua a regnare sovrana tra contribuenti e professionisti. Con buona pace di chi pensava che, trascorso il 18 settembre (termine per la pubblicazione online delle delibere inviate dai comuni al Mef), le nubi si sarebbero dissolte del tutto sulla disciplina della tassa servizi che già si candida a vincere la palma del tributo più complesso e controverso partorito dal legislatore fiscale negli ultimi anni.

Istituita dalla legge di stabilità 2014, quale componente della Iuc (Imposta unica comunale), il tributo uno e trino che di unico ha solo il nome, la Tasi è nata già zeppa di variabili (la pagano i proprietari, ma anche gli inquilini, ha aliquote proprie ma guarda costantemente a quelle dell’Imu, prevede un tetto massimo di imposizione che però i comuni possono sforare a determinate condizioni).

Poi però la fantasia dei sindaci, a cui è stata lasciata ampia discrezionalità, ci ha messo il resto. Al 18 settembre la banca dati delle Finanze conta oltre 16 mila delibere e 10 mila regolamenti, mentre sono migliaia gli intrecci tra Imu e Tasi soprattutto per le seconde case. Senza contare che ci sono ancora 652 comuni che non hanno deciso nulla e quindi, a norma di legge, faranno pagare il tributo in data unica al 16 dicembre con l’aliquota di base all’1 per mille.

E qui iniziano i problemi perché chi non ha fatto in tempo ad approvare le delibere non ha potuto prevedere detrazioni (per la prima casa o le famiglie con figli) e senza detrazioni, com’è noto, i comuni non possono applicare la maggiorazione dello 0,8 per mille che serve proprio a raccogliere i fondi per finanziare gli sconti. Non potendo applicare tale addizionale, i municipi devono modulare le aliquote di Tasi e Imu in modo che la loro somma non ecceda il 6 per mille per le prime case di lusso (visto che per tutte le altre l’Imu è stata abolita) e il 10,6 per mille per le seconde case.

Ma che cosa succede se un ente ritardatario aveva fissato l’Imu seconde case per esempio al 10 per mille? La Tasi con aliquota base all’1 per mille si pagherà solo sulle prime case, ma non sulle seconde perché così facendo la somma di Imu e Tasi arriverebbe all’11 per mille e ciò non è consentito in assenza di detrazioni. L’aliquota Tasi dovrà quindi fermarsi allo 0,6 per mille. E questo anche se i comuni, erroneamente, hanno disposto diversamente. Toccherà quindi al soggetto passivo d’imposta correggere al ribasso il versamento preteso dal comune.

L’ipotesi non è di scuola, anzi, a giudicare dai quesiti che stanno arrivando all’indirizzo mail predisposto da ItaliaOggi (tasi@class.it), si sta rivelando molto frequente tra i comuni che non sono riusciti a decidere entro il 10 settembre. Ed è un esempio utile a far capire come la complessità della disciplina richieda ai contribuenti (e ai professionisti che li assistono) un livello di attenzione senza precedenti.

Un altro esempio paradigmatico del livello di confusione di questi giorni arriva da Milano, dove (si veda ItaliaOggi del 25 settembre) molti commercialisti e Caf stanno applicando la detrazione di 20 euro per figlio a carico con meno di 26 anni prevista dal comune anche a chi ha un reddito superiore a 21 mila euro (la soglia fissata da palazzo Marino per usufruire della detrazione base).

L’errore da parte dei professionisti deriva dall’aver considerato la detrazione per i figli a carico autonoma rispetto a quella di base. Anche se, onestamente, la delibera comunale, nella parte in cui afferma che «la detrazione di base è maggiorata di 20 euro» sembra essere chiara sul fatto che i due bonus debbano viaggiare a braccetto.

In ogni caso c’è voluta una presa di posizione ufficiale da parte del comune per chiarire che «tecnicamente parlando la detrazione per figli a carico può essere considerata alla stregua di un’addizionale alla detrazione base che per questo si applica esclusivamente a quei soggetti che rientrano nei parametri della detrazione di base». Chi nei giorni scorsi a Milano ha già compilato l’F24 con importi ridotti, per aver applicato detrazioni a cui non aveva diritto, è bene che si attivi subito per rettificare il versamento e non incorrere in future sanzioni.

Oltre che difficile da calcolare la Tasi si annuncia estremamente salata. Più della vecchia Imu che poteva contare su detrazioni fisse stabilite dalla legge indipendentemente dal reddito. La Tasi, invece, ha lasciato tutto in mano ai sindaci che hanno distribuito con parsimonia gli sconti e in ogni caso senza mai arrivare a neutralizzare l’imposta per chi era esente dall’Imu. Solo il 35,9% dei comuni, infatti, ha previsto detrazioni, il 15% in misura fissa, il 19% in proporzione alla rendita catastale della casa. Solo il 13,3% del totale (869 enti) le ha concesse per i figli a carico. A farne le spese saranno soprattutto (e paradossalmente) le famiglie numerose che con l’Imu riuscivano ad azzerare l’imposta e con la Tasi no.

Se la passano un po’ meglio gli inquilini, anch’essi tenuti al pagamento della Tasi se nell’anno d’imposta hanno occupato l’immobile per almeno sei mesi. Circa la metà dei comuni (almeno stando ai capoluoghi di provincia) ha deciso di far pagare a chi vive in affitto il minimo previsto per legge, ossia il 10% del tributo, lasciando a carico dei proprietari il restante 90%. In questo senso si sono orientati 53 capoluoghi su 115. Gli inquilini dovranno attivarsi da sé e pagare autonomamente la tassa servizi. Poco importa se poi in concreto si tratterà di versare pochi spiccioli (sotto i 12 euro però il fisco non potrà pretendere nulla dai contribuenti), il bollettino o l’F24 dovranno essere compilati comunque. E a quel punto la salsa costerà più dell’arrosto.

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