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Tasi: I conti sull’abolizione Favoriti i redditi più alti e chi ha più di 54 anni

Ogni volta che un governo cancella una tassa, crea dei vincenti e qualche volta dei perdenti. Non sempre con questo gesto esprime la sua visione della società, specie quando il gettito in gioco non è enorme, ma di certo contribuisce a spostarne in modo sottile gli equilibri. C’è chi beneficia in pieno dell’abolizione, perché il prelievo pesava molto su di lei o lui, e chi meno. C’è poi anche chi ci perde, se prima non era soggetto a quel prelievo ma ora viene chiamato (indirettamente) a compensare con la fiscalità generale la quota di spesa pubblica che quella tassa defunta copriva. 
A prima vista con la Tasi e con l’Imu non andrà così. Il governo ha spiegato che l’addio alla «tassa annuale sui servizi indivisibili» sulle prime case e all’«imposta municipale unica» sulle residenze principali «di pregio» riguarda tutti o quasi: l’81% degli italiani, o per la precisione delle famiglie che abitano nel Paese. È presto per capire come funzionerà questa misura, ma in realtà la platea dei beneficiari – comunque enorme – sarà probabilmente un po’ più piccola di così: secondo l’ultima indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia, nel 2012 viveva nella casa di proprietà il 67,2% delle famiglie; per il più recente censimento dell’Istat, nel 2013 siamo al 72,1%. Dunque poco meno di un terzo dei residenti in Italia resterà fuori dall’operazione Tasi e Imu, perché non le pagava, però dovrà coprire con le proprie tasse 3,5 miliardi di «compensazioni» spedite dal governo ai Comuni rimasti senza il loro gettito dagli immobili.
Per capire come la detassazione agisce sul tessuto del Paese, bisogna dunque vedere dove passa il suo confine. Chi è dentro e chi fuori, chi ci risparmia e chi dovrà coprire i risparmi degli altri. L’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane, pubblicata l’anno scorso su dati del 2012, aiuta a farsi un’idea. Negli ultimi tre anni infatti è cambiato pochissimo. L’indagine dice per esempio che il 76% delle famiglie con capofamiglia dai 55 anni in avanti vive in casa di proprietà: dunque beneficerà dello sgravio, mentre solo il 24% dei più anziani resta fuori. La situazione invece è rovesciata nelle famiglie con capofamiglia fino ai 34 anni di età: nei giovani solo il 44,7% è soggetto a Tasi o Imu, tutti gli altri invece no e dovranno compensare con le loro tasse l’ammanco dei comuni.
Uno squilibrio simile si replica se si guarda ai livelli di istruzione o allo status professionale. Paga Imu o Tasi il 76,6% dei capifamiglia laureati, ma solo il 58,5% dei diplomati delle scuole medie. Versa la tassa sugli immobili l’85,3% dei dirigenti, ma solo il 47,5% degli operai. Più in generale, sono proprietari della casa in cui vivono e dunque candidati allo sgravio ben nove italiani su dieci nel club composto dal 20% della popolazione che guadagna di più: il top 20%. Se si guarda invece al 20% della popolazione che guadagna meno, fra loro solo il 34% vive in casa di proprietà ed è candidato allo sgravio; gli altri due terzi fra i meno abbienti sono solo candidati a pagare per quello sgravio con il loro contributo alla fiscalità generale. L’effetto è anche accentuato dal fatto che le case dei più benestanti in media sono più grandi (137 metri quadri) e pagavano più Imu o Tasi. Stesso meccanismo se si guarda agli immigrati: solo il 21% fra loro vive in case di proprietà, contro il 71% degli italiani. Nei termini più crudi l’abolizione di Tasi e Imu è dunque un trasferimento di risorse dai giovani agli anziani, dai meno istruiti ai più istruiti, da chi guadagna di meno a chi guadagna di più e dagli immigrati agli italiani. Naturalmente il fisco non agisce mai solo in modo così meccanico. Abolire quelle tasse può sostenere il prezzo delle case, dunque favorire i consumi o le banche che hanno quelle case in garanzia, e ora potrebbero dare più credito. Del resto il governo ha già aiutato parte dei ceti deboli con altre misure, né è chiaro che sia il fisco lo strumento migliore per offrire a tutti un’opportunità di riscatto. Ma un arbitro neutrale, di certo, le tasse non lo saranno mai.

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