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Tasi, assurde complicazioni

Si chiama Iuc, imposta unica comunale, ma non si capisce perché: si tratta infatti di tre tributi ben distinti. La Tasi, imposta sui servizi indivisibili, la Tari, tassa sui rifiuti e l’Imu, imposta sugli immobili. Tre imposte completamente diverse per presupposto, modalità di calcolo, soggetti passivi. Unite solo dalla confusione che ripetuti interventi normativi sono riusciti a creare. Adesso è la volta del primo acconto Tasi per la maggior parte dei comuni italiani, cioè tutti quelli che non sono riusciti ad approvare le delibere entro il 31 maggio, ma le hanno approvate entro il 10 settembre e pubblicate entro il 18 settembre.

Mai come in questa occasione i cittadini italiani dovranno subire i perversi effetti di una politica fiscale orientata da demagogia e pressapochismo e un’attribuzione di poteri regolamentari agli enti locali che hanno creato, a danno dei contribuenti, una vera e propria galleria degli orrori.

Tanto per cominciare è il contribuente, o un professionista da lui delegato (e pagato), che deve preoccuparsi di capire i meccanismi dell’imposta ed effettuare i calcoli per la sua quantificazione: i pochi comuni che hanno cercato di inviare un bollettino precompilato, si sono trovati sommersi dalle proteste dei contribuenti che hanno riscontrato valanghe di errori. La prima cosa da fare è trovare la delibera del comune (o dei comuni) nel quale è ubicato l’immobile. Ci si può collegare al sito http://www.finanze.it/export/finanze/index.htm e digitare il nome del comune. La delibera potrebbe non essere presente (e allora, probabilmente, significa che l’acconto del 16 ottobre non è dovuto e si pagherà in unica rata entro il 16 dicembre). Ma il contribuente potrebbe anche avere la brutta sorpresa di trovarsi di fronte a più delibere. In questo caso non basterà leggere l’ultima in ordine di tempo. Bisogna leggerle tutte, perché dopo la prima delibera (e il primo regolamento), il comune spesso ha introdotto modifiche che vanno integrate con il primo testo. In alcuni casi si tratta di 500/600 pagine. In altri casi, come per esempio nelle delibere del comune di Palermo, alcune modifiche sono fatte a penna, con una grafia incomprensibile. In questi casi non resta che telefonare in municipio per avere l’interpretazione autentica, sperando che dall’altra parte qualcuno risponda. Altre volte le delibere comunali sono incomprensibili, o palesemente errate. Per esempio il comune di Flero ha previsto, per calcolare la detrazione sull’abitazione principale una formula che prevede frazioni, parentesi tonde, quadre e graffe. Anche l’equazione prevista dal comune di Ferrara richiede un certo impegno per essere risolta. Ripabottoni ha invece previsto una detrazione di 200 euro a favore dei nuclei famigliari in cui sia presente un soggetto con «disabilità superiore al 100%». Ad Agropoli è prevista l’aliquota dell’1,5 per mille per le unità immobiliari «in uso a familiari», lasciando nell’incertezza il grado di parentela. Bologna fissa ben 24 diverse misure della detrazione da applicarsi all’abitazione principale. Ci sono poi moltissime delibere formulate in modo ambiguo: per esempio a Milano non si capisce se la detrazione per figli a carico sia limitata ai redditi più bassi o sia indipendente dal reddito dichiarato. O comuni che hanno fissato aliquote più alte rispetto a quelle previse dalla legge. E che dire della riduzione del 50% dell’imposta prevista nel comune di San Marco dei Cavoti a favore di chi adotta un cane randagio?

Anche sulle scadenze si è esercitata la fantasia perversa degli enti locali, costringendo così chi non vuole sbagliare a una attenta lettura delle delibere anche per verificare questioni che dovrebbero essere già risolte in via legislativa.

Quanto tempo dovranno perdere i cittadini italiani e i loro consulenti per stare dietro a questo delirio normativo? Non è accettabile, in un paese civile, un’imposta che ha un costo di adempimento superiore al gettito realizzato. O forse l’Italia non è più un paese civile.

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