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Tariffe forensi, stop in Consulta

di Antonio Ciccia 

Abolizione delle tariffe forensi a rischio di incostituzionalità. Perchè la abrogazione del decreto ministeriale con i compensi per le toghe ha provocato un vuoto normativo, che il giudice non può colmare con una pronuncia di equità. Una equità che potrebbe portare a discriminazioni tra i cittadini e limitare il diritto di difesa. Questa la motivazione per cui il tribunale di Cosenza, giudice Giuseppe Greco, con l'ordinanza 1° febbraio 2012 resa nel procedimento n. 5299/20111, ha sollevato la questione di legittimità davanti alla Consulta dell'articolo 9, commi 1 e 2 del decreto legge 1/2012 (si veda ItaliaOggi del 27 gennaio scorso).

Il giudice ha accolto un provvedimento di urgenza e si è trovato nella necessità di liquidare le spese a favore della parte vincitrice. Tuttavia mentre prima del decreto 1/2012 il giudice poteva fare uso delle tariffe forense, così non è più. Il decreto ha stabilito che i giudici potranno fare riferimento a parametri che saranno stabiliti con decreto ministeriale, decreto ovviamente ancora non emanato. Nel frattempo bisogna stabilire che fare sia nel caso di liquidazione giudiziale dei compensi, sia nel caso di autoliquidazione dei compensi nei precetti. Il giudice, tuttavia, ha ritenuto di non avere riferimenti normativi utilizzabili e ha mandato tutto alla Corte costituzionale, che dovrà valutare se l'assenza di una norma transitoria è legittima. Ma vediamo di illustrare il contenuto dell'ordinanza. Il tribunale cosentino ha rilevato la mancanza di una disciplina transitoria, ragione per cui non è possibile ritenere ultrattivo il vecchio regime delle tariffe, che sono state istantaneamente cancellate senza possibilità di sopravvivenza neppure provvisoria.

Tra l'altro il giudice richiama l'allarme del Consiglio nazionale forense il cui Ufficio Studi ha evidenziato come l'assenza dei «parametri» da stabilirsi da parte del ministro della giustizia può determinare «la paralisi del procedimenti di liquidazione in sede giurisdizionale. Tra l'altro le tariffe, in quanto del tutto eliminate, non possono nemmeno servire da parametro per una applicazione analogica o per una valutazione equitativa.

Secondo il tribunale, infatti, l'equità potrà essere utilizzata dal giudice ma con riferimento ai parametri ministeriali, parametri che ancora non ci sono.

Peraltro non è che tutte le cause arrivate già a decisione possano essere messe in stand by in attesa dei parametri ministeriali.

Inoltre il tribunale ha valutato che ricorrere a criteri diversi da quelli espressamente previsti dal legislatore potrebbe risultare, volta a volta, se si liquida una somma troppo bassa, mortificante per il decoro della professione forense e quindi in contrasto con il primo comma dell'articolo 36 della Costituzione, tenuto conto che sotto l'attuale regime li professionista non potrà ottenere in sede giurisdizionale la determinazione del compenso in via autonoma nei confronti del proprio cliente; oppure, se si liquida una somma troppo alta, troppo gravoso per l'esercizio del diritto di difesa.

Ancora è concreto il rischio che si decida in maniera discriminatoria in diversi processi, per cui un giudice valuta congrua una certa somma e un altro, magari della stessa sezione, adotta criteri diversi (più bassi o più alti).

Queste le ragioni per cui il tribunale di Cosenza ha ritenuto che le disposizioni di cui al commi 1 e 2 dell'articolo 9 del decreto legge n, 112012, si pongono in contrasto con il principio costituzionale della ragionevolezza della legge, nella parte in cui non prevedono la disciplina transitoria limitata al periodo intercorrente tra l'entrata in vigore della norme e l'adozione da parte del ministro competente dei nuovi parametri. Inoltre le stese norme risulterebbero in contrasto con l'articolo 24 della Costituzione in quanto lesive del diritto di agire e resistere in giudizio, rendendo incerto l'onere delle spese da affrontare nel corso dei procedimento. Infine il giudice ritiene che sia in contrasto con il principio di uguaglianza attribuire una facoltà del tutto discrezionale al giudice, tenuto obbligatoriamente a liquidare gli onorari di difesa.

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