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Tari, le chiusure non fermano i rialzi

Nonostante il 2020 sia stato martoriato dal blocco delle attività economiche causate dal Covid, la Tari, la tassa sui rifiuti, è aumentata in oltre il 23 per cento dei Comuni italiani e solo il 17 per cento l’ha ridotta. Ma a rendere paradossale il dato è che la quantità dei rifiuti prodotti nello scorso anno si è drasticamente ridotta: oltre 5 milioni di tonnellate in meno rispetto al 2019. Insomma, si è prodotta meno spazzatura ma la si paga di più.

E così, incurante delle pandemie, il costo della Tari non arresta la sua corsa e tocca il record di 9,73 miliardi di euro (+80 percento negli ultimi 10 anni). A censire le delibere e i regolamenti dei Comuni è stato l’Osservatorio Tasse Locali di Confcommercio, che nel Rapporto Rifiuti 2020 evidenzia come l’incremento della tassa penalizzi ulteriormente le imprese del terziario, già duramente colpite dagli effetti della pandemia, con costi che restano ancora troppo alti e sproporzionati. Costi che, peraltro, non sono controbilanciati da un’efficiente gestione dei servizi resi dagli enti locali.

Per evitare voci di costo improprie, inefficienze e una maggiore aderenza tra le tariffe pagate dalle utenze e la reale produzione dei rifiuti, l’Arera, l’autorità di regolazione e controllo in materia di rifiuti urbani, aveva stabilito che nel corso del 2020 sarebbe dovuto diventare operativo il nuovo Metodo Tariffario Rifiuti (Mtr), ma secondo l’analisi dell’Osservatorio la maggioranza dei Comuni ha ignorato l’indicazione. Su 110 capoluoghi di provincia e città metropolitane, quasi l’80 percento dei Comuni non ha ancora definito questo nuovo tariffario, mentre nel 21 percento dei Comuni che lo hanno adottato, in più della metà (il 58 percento) la Tari è aumentata in media del 3,8 percento. In poche parole: il nuovo metodo di calcolo è stata la scusa per molti Comuni per ritoccare al rialzo la tassazione.

Le categorie che maggiormente hanno beneficiato delle riduzioni sono quelle già previste dalla delibera Arera, ovvero le attività che hanno chiuso parzialmente o completamente nel corso del 2020. Mentre poco o nulla, denuncia Confcommercio, è stato fatto per quelle attività che sono rimaste aperte e che, a seguito degli orari di attività ristretti e della riduzione di clienti causata dalle restrizioni di movimento, hanno registrato cali di fatturato significativi. Per questo, le più tassate si confermano le stesse categorie del 2019: ortofrutta, fiorai, pescherie, ristoranti, pizzerie e pub.

La richiesta di Confcommercio è chiara: oltre ad interventi strutturali per allineare la Tari ai rifiuti realmente prodotti, occorrono anche misure emergenziali, visto il perdurare della pandemia. Sempre però nell’ottica di rendere effettivo il principio europeo «chi inquina paga».

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