Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Tari, criteri certi per le aziende

I rifiuti speciali che si formano nelle aree produttive, compresi i magazzini di materie prime e di prodotti finiti, non sono assimilabili ai rifiuti urbani, fatta eccezione per i rifiuti prodotti in uffici, mense, spacci, bar e locali al servizio dei lavoratori, o comunque aperti al pubblico. Non assimilabili agli urbani anche i rifiuti di imballaggio per il trasporto o imballaggio terziario (utilizzati dalle aziende per facilitare la manipolazione e il controllo delle merci). A stabilirlo, sulla scia di quanto previsto in via generale dal Codice ambientale, è l’art. 3 del decreto del ministero dell’ambiente, alla firma del ministro Gian Luca Galletti, che con almeno dieci anni di ritardo dà attuazione all’art. 195, comma 2, lettera e) del dlgs n. 152/06 (Codice ambientale) fissando i criteri qualitativi e quali-quantitativi per l’assimilazione dei rifiuti speciali (prodotti dalle imprese) ai rifiuti urbani, sia ai fini dell’applicazione delle regole sulla raccolta e lo smaltimento, sia per l’applicazione della tassa rifiuti (Tari) regolamentata localmente dai comuni.

I criteri per l’assimilazione. La determinazione dei criteri per l’assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani è riservata, secondo quanto previsto dall’art. 195, comma 2, lettera e) del Codice ambientale, allo Stato. Il decreto ministeriale richiesto (dell’Ambiente, d’intesa con il Mise) doveva arrivare «entro 90 giorni» dall’entrata in vigore del Codice ambientale (avvenuta nel 2006; ma in realtà la regolamentazione era richiesta anche dal precedente decreto Ronchi sui rifiuti, del 1997).

Quattro mesi fa è stato il Tar Lazio a dare la sveglia (si veda ItaliaOggi del 28 aprile 2017): con la sentenza n. 4611 del 13 aprile scorso, i giudici hanno obbligato il ministero a intervenire con l’adozione del dm entro i 120 giorni successivi (scaduti ad agosto).

Il decreto che sta per vedere la luce si rivolge ai comuni, in quanto è sempre il Codice ambientale, all’art. 198, comma 2, a prevedere che i comuni «concorrono a disciplinare la gestione dei rifiuti urbani» con i propri regolamenti che stabiliscono fra l’altro (lettera g) «l’assimilazione, per qualità e quantità, dei rifiuti speciali non pericolosi ai rifiuti urbani». Assimilazione avvenuta fin qui con notevole discrezionalità e disomogeneità (e rischio di duplicazione di oneri a carico delle imprese che gestiscono i propri rifiuti in autonomia) da parte dei comuni stessi.

Criteri omogenei da rispettare. Definizioni e criteri ad hoc per i rifiuti «assimilabili» e «assimilati» ai rifiuti urbani. Sono rifiuti assimilabili agli urbani i rifiuti speciali, non pericolosi, che possono essere assimilati agli urbani dal Comune in base ai criteri indicati nell’art. 3 del decreto. Sono rifiuti «assimilati» agli urbani i rifiuti speciali trattati, per scelta del Comune, in tutto e per tutto come rifiuti urbani, in base alle modalità disciplinate dagli stessi comuni attraverso i propri regolamenti.

Possono essere assimilati agli urbani, secondo l’art. 3, i rifiuti speciali prodotti dalle 30 attività elencate nell’allegato 1 al dm (fra gli altri, alberghi, uffici, agenzie, studi professionali, negozi, edicole, banche, attività industriali, bar, supermercati), identificati con i codici Eer indicati in allegato. In base all’art. 3, non sono invece assimilabili ai rifiuti urbani i rifiuti speciali che si formano nelle aree produttive, compresi i magazzini di materie prime e prodotti finiti (salvo i rifiuti prodotti negli uffici e negli altri locali sopra indicati). Non sono assimilabili i rifiuti di imballaggio per il trasporto.

L’art. 4 del decreto detta poi i criteri quantitativi e qualitativi per l’individuazione (e la definizione del limite quantitativo) dei rifiuti ‘assimilati’ agli urbani da parte dei comuni, distinguendo fra presenza o assenza del «sistema di misurazione puntuale» della quantità dei rifiuti ex decreto del 20 aprile 2017.

In presenza di un sistema di misurazione puntuale, i comuni assimilano i rifiuti sulla base di limiti quantitativi annui stabiliti in misura non superiore al valore medio di produzione conferito da ciascuna tipologia di attività nell’anno precedente. Nel rispetto dei valori ad hoc riportati nell’allegato 3 del dm.

In assenza di misurazione puntuale, i comuni assimilano agli urbani i rifiuti prodotti dalle attività con superficie non superiore al valore indicato nell’allegato 4 al decreto. Qualche esempio: nel caso delle attività artigianali di produzione di beni specifici, ma anche nel caso di negozi di abbigliamento, calzature, librerie, cartolerie, ferramenta e altri beni durevoli, il valore limite è di 250 mq; per le attività industriali con capannoni di produzione il valore limite è di 400 mq.

Silvana Saturno

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Investimenti nel biometano e metano sintetico. Ma anche nell’idrogeno verde. Con una particolare ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Una superlinea con una capacità produttiva fino a 400 mila vetture all’anno e quattro nuovi mode...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Stappa lo champagne Ursula von der Leyen che tiene a battesimo la prima emissione degli eurobond de...

Oggi sulla stampa