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Target Pmi per i manager

Più di 900mila, forse un milione di persone. Un numero enorme. I dirigenti e i quadri licenziati dalle imprese italiane negli ultimi tre anni di crisi sono tantissimi. Da fine 2010 a metà 2013 nel nostro Paese sono stati bruciati 910.000 posti manageriali (da 1.680.000 sono scesi a 769.000, con un taglio del 54%). Questi sono gli ultimi numeri ufficialmente disponibili.
Dopodichè, guardando alla progressione del fenomeno, non è difficile immaginare che a fine dicembre 2013 il numero si sia avvicinato al milione. Una vera e propria falcidia che ha colpito le alte professionalità aziendali, quelle che concretamente “mandano avanti” una impresa, con possibili effetti negativi sulle prospettive a lungo.
Questi numeri drammatici – che rappresentano la dispersione di un patrimonio umano che invece sarebbe molto utile in fase di uscita dalla crisi – vengono da una ricerca presentata da Aldai-Federmanager e Gidp su dati Eurostat. Il taglio delle posizioni manageriali ha riguardato negli ultimi anni tutta l’Europa, ma in Italia è stato più accentuato che altrove. Elemento che, fra l’altro, ha portato l’Italia agli ultimi posti in Europa nel rapporto fra dirigenti/quadri e totale degli occupati: ora noi siamo al 3,5%, contro il 10,8% dell’Inghilterra, il 4,4% della Germania e il 5,7% della media dell’Unione a 28 Paesi.
I manager sono però il motore dello sviluppo imprenditoriale – soprattutto in una economia come la nostra, dove chi vuole competere sui mercati globali deve realizzare prodotti ad alto valore aggiunto – e il loro calo non è un positivo.
Potremmo però cercare di vedere anche il bicchiere mezzo pieno. Ragionando cioè sul fatto che l’asse portante dell’economia italiana è costituito dalle piccole e medie imprese, abitualmente gestite dalla famiglia fondatrice e “scarse” nei capitali e nelle risorse manageriali che invece sarebbero necessari per un salto di qualità dimensionale e strutturale.
L’offerta sul mercato di tante competenze manageriali al momento senza lavoro può essere un’occasione, per le Pmi, di trovare le figure professionali delle quali hanno bisogno per crescere. Diventando così un formidabile serbatoio di potenzialità occupazionali per i dirigenti e i quadri in cerca di lavoro.
Il contatto diretto fra le due realtà (Pmi e dirigenti disponibili) però non è facile. Per questo vi sono iniziative come il portale Backtowork24 (backtowork.ilsole24ore.com), la cui missione è accompagnare le piccole imprese nella ricerca di competenze qualificate, utili ad affrontare il mercato attuale, e di risorse finanziarie necessarie per i progetti di sviluppo.
Ovviamente però, nella ricerca di una nuova occupazione, anche il dirigente che perde il posto ci deve mettere del suo. Adesso, dopo la sentenza della Corte di giustizia europea che ha ammesso anche i dirigenti alle procedure di mobilità (vedi Il Sole 24 Ore di venerdì 14 febbraio) le figure apicali avranno il diritto di essere informate e di confrontarsi sulle ragioni delle procedure di licenziamento. Però questo difficilmente servirà a mantenere il lavoro.
Quindi il manager dovrà sapersi adattare a una nuova realtà e fare un onesto bilancio delle proprie competenze. Il primo suggerimento, che viene da tutti i cacciatori di teste, è quello di non smettere mai di aggiornarsi e di essere mentalmente flessibili. Questo per non farsi trovare impreparati in caso di perdita del lavoro.
Una volta, fino a una decina di anni fa, dopo il licenziamento si poteva ragionevolmente sperare di trovare un reimpiego a tempo indeterminato entro sei o dodici mesi al massimo. Ma ora non è più così.
Oggi nessuno può essere più considerato indispensabile, e questo vale sia per i dirigenti più anziani e con più esperienza sia per i più giovani. Da qui la necessità di un aggiornamento continuo delle competenze, del mantenimento di un network di contatti e di saper affrontare gli imprevisti. Anche perché, molto probabilmente, dopo un licenziamento sarà difficile trovare un lavoro a tempo indeterminato.
La forma (dipendente, consulente, fornitore) deve quindi diventare secondaria rispetto al ritorno in azienda.

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