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Tanzi «cabina di regia» di Parmalat

«Le falsificazioni contabili, le operazioni di dissimulazione» dell’«esposizione debitoria» della Parmalat, «i finanziamenti occultati» attraverso operazioni simulate di investimento nel capitale, e tutte le manovre illecite contabili e le «operazioni dolose dalle quali ha tratto origine il rovinoso tracollo del gruppo, sono state attuate per volontà di Calisto Tanzi». È il passaggio centrale delle motivazioni con le quali la Corte di Cassazione chiude il capitolo principale della vicenda giudiziaria del crack della Parmalat: il sigillo che scrive la parola fine sulla più imponente bancarotta della storia.
I giudici della quinta sezione penale della Cassazione concedono uno sconto di pena di cinque mesi a Tanzi perché il reato di associazione per delinquere si è prescritto. La pena per la bancarotta scende dunque a 17 anni e cinque mesi, che penalmente peseranno per un anno in più sui 18 anni che Tanzi sta già scontando per il processo di aggiotaggio. Stesso sconto per il suo ex braccio destro Fausto Tonna, per il quale la Corte d’Appello di Bologna dovrà rideterminare la pena, mentre per Luciano Silingardi (condannato in appello a 6 anni) lo sconto è di tre mesi. Per tutti gli altri imputati ed ex amministratori del gruppo di Collecchio le pene sono confermate: a cominciare dall’ex direttore marketing Domenico Barili, 81 anni, (7 anni e 8 mesi). Su di lui pesa anche la decisione dei giorni scorsi del Tribunale di sorveglianza di Parma che gli ha ordinato di tornare in carcere per “pericolo di recidiva”. E ancora, Fabio Branchi (4 anni e 10 mesi), Sergio Erede (un anno), Giovanni Bonici (4 anni e 10 mesi), Enrico Barachini (4 anni), Rosario Lucio Calogero (4 anni e 7 mesi), Paolo Sciumè (5 anni e 3 mesi), Camillo Florini (4 anni e un mese), Mario Mutti (3 anni e 6 mesi). Confermata (con uno sconto di quattro mesi) anche la condanna di Giovanni Tanzi, fratello di Calisto, morto all’inizio di marzo. I reati di Davide Fratta e Giuliano Panizzi erano già stati dichiarati prescritti in appello. Tutti dovranno risarcire i risparmiatori truffati.
I giudici della Cassazione sottolineano «la posizione di primaria rilevanza assunta e conservata da Tanzi quale “patron” di Parmalat» e ricordano che sulla base di queste motivazioni la Corte d’Appello di Bologna aveva «fondato la valutazione di estrema gravità dei fatti e di pervicacia criminale dell’imputato». Per i giudici «è certo che il dissesto del gruppo fosse non già soltanto prevedibile».
Tanzi era al vertice di una «cabina di regia» alla quale partecipavano i suoi più stretti collaboratori, Fausto Tonna prima di tutti. Dell’ex responsabile finanziario della Parmalat i giudici di Cassazione evidenziano l’«uso spegiudicato di strumenti negoziali volti a occultare, attraverso la stipulazione» di finanziamenti onerosi, talvolta «fittiziamente strutturati come aumenti di capitale, il crescente indebitamento di varie società facenti parte del gruppo». Non solo. Tonna era il «principale (se non unico) referente di Calisto Tanzi» e del resto la sua permanenza nel cda della Parmalat Spa e della Parmalat Finanziaria «fino al default, lo rendeva responsabile del reato al pari di ogni altro amministratore non esecutivo, a maggior ragione per la piena consapevolezza dell’illiceità delle operazioni in questione».
Per quanto riguarda Luciano Silingardi, che Tanzi fece nominare al vertice di Cariparma, i giudici rilevano che «l’imputato si era necessariamente reso conto dell’utilizzo dei passaggi di denaro non giustificati giuridicamente da Parmalat Spa a società personali di Tanzi» e dunque aveva «una effettiva e ampia conoscenza degli illeciti». Ma non è tutto. Silingardi aveva consentito a Tanzi «l’accesso a crediti diversamente non ottenibili evitando istruttorie, occultando perdite, ideando giri contabili e coprendo esborsi di denaro palesemente distrattivi». Un ruolo fondamentale per nascondere il dissesto della Parmalat ormai incombente.

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