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Tanti amici e tante spine per Bonomi

di Stefano Righi

Probabilmente non si aspettava una situazione tanto complessa. Perché Andrea Bonomi, accento americano e razionalità anglosassone, non ne ha voluto sapere dei consigli di quanti dicevano di lasciar stare, che la Popolare di Milano era quanto di più lontano dal concetto di mercato potesse trovare tra le banche italiane quotate. Testardamente ha coltivato la sua idea e brillantemente ha vinto davanti al popolo della Bpm. Da quel momento, però, non ha avuto un attimo per gustarsi il successo. La scorsa è stata una settimana senza tregua: deposito del nuovo statuto che considerasse la governance duale suggerita dalla Banca d'Italia; riunione del consiglio di sorveglianza ed elezione di Filippo Annunziata alla presidenza; nomina del consiglio di gestione con lo stesso Bonomi presidente. E poi via a far la spola con Mediobanca, per fissare i dettagli dell'aumento di capitale che parte oggi, per non far decadere l'impegno sottoscritto dalle banche che compongono il consorzio di garanzia organizzato da Piazzetta Cuccia. Una corsa senza fiato e senza pause.
Scadenze
Il bello però inizia adesso. E le spine non mancano. Bonomi dovrà stare attento a non pungersi. Perché da qui al 18 novembre Bpm dovrà raccogliere tra i soci qualcosa come 800 milioni di euro, quando il titolo in Borsa ne capitalizza meno di 700. Bonomi metterà 150 milioni con la sua Investindustrial, in cambio di poco meno del 10 per cento della banca, che però resta una popolare dove vige la regola del voto capitario, ovvero una testa, un voto, indipendentemente dalle azioni possedute. Il resto del cash dovrà arrivare dai soci ed eventualmente dal consorzio. Il prezzo delle nuove azioni è stato fissato in 30 centesimi di euro, pari a uno sconto del 40 per cento sul prezzo teorico al netto del valore dei diritti di opzione (Terp). Rispetto al corso di Borsa di giovedì scorso, invece, lo sconto è sull'ordine dell'80 per cento. Così, anche considerando il più attento indicatore Terp, l'operazione Bpm paga un delta non indifferente rispetto agli aumenti di capitale realizzati dalle altre banche italiane nel corso del 2011. Intesa, Ubi, Banco Popolare e Mps si erano allineate a uno sconto attorno al 25 per cento, mentre Bpm rinviava ogni ipotesi di possibile aumento. Oggi, non solo i soci Bpm devono metter mano al portafoglio, ma anche concedere uno sconto ben più significativo. Il mercato non ha apprezzato: venerdì, primo giorno dopo l'annuncio dell'operazione, il titolo Bpm ha perso l'8,27 per cento a 1,486 euro, in un mercato che ha perso l'1,86 per cento.
Guide
Le spine di Bonomi però non finiscono qui. Perché se il consorzio di garanzia — composto prevalentemente da banche estere — assicura l'esito positivo dell'operazione sul capitale, la partita più importante si giocherà dopo la chiusura dell'aumento, attesa per il 18 novembre. Il nodo è Enzo Chiesa, direttore generale nella passata gestione, che ha ricevuto dal board le deleghe necessarie a completare l'operazione sul capitale da lui avviata. Sarà ancora Chiesa a guidare Bpm dopo l'aumento? Banca d'Italia ha chiesto una netta discontinuità con il passato che implicitamente porterebbe verso altre soluzioni. Tanto che via Nazionale si aspettava l'uscita di Chiesa già all'indomani dell'assemblea del 22 ottobre e solo l'aumento di capitale da avviare rapidamente ha portato a un placet concesso a denti stretti. Un via libera funzionale alla ricapitalizzazione. Ma poi?
Cambi
Bonomi e il presidente del consiglio di sorveglianza, Filippo Annunziata, devono trovare una soluzione. E qui si avvia il confronto con le organizzazioni sindacali. Perché se da più parti si sottolinea la vittoria in assemblea dello schieramento che fa capo a Bonomi, in verità la lista vincente è quella presentata dagli Amici della Bipiemme, l'associazione dei dipendenti-soci che controlla 11 dei 19 seggi del Consiglio di sorveglianza e che ha avuto l'appoggio dei sindacati Uilca e Fisac. Una vittoria nettissima, che dà forza a un certo modo di fare banca che appare prospetticamente lontano dalle aperture al mercato che piacciono a Bonomi. Ed è questo il nodo più aggrovigliato da sciogliere. Chiesa, come prima di lui Fiorenzo Dalu, è espressione del potere delle organizzazioni sindacali interne che hanno condizionato da decenni la Popolare di Milano. Ora, Banca d'Italia vuole recidere i legami col passato. Vuole (anche) portare Bpm verso un'aggregazione che ne aumenti la dimensione strategica e l'impatto sul mercato. Insomma, vuole una rivoluzione. Mentre in piazza Meda resistono numerosi i conservatori. L'attrito tra vigilanti e vigilati è palese e va smussato. Anche perché i riscontri delle ultime ispezioni sono poco incoraggianti. Bonomi più che guida e investitore si trova in questo momento ad essere strumento. Dovrà condurre una battaglia anche conto terzi. E stare molto attento a non pungersi tra tutte quelle spine.

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