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Tango bond, tutelati i clienti «disinformati»

No al concorso di colpa del cliente che compra bond argentini senza essersi prima informato, attraverso la stampa specializzata, sul livello di rischio dei titoli. Lo afferma la Corte d’appello di Napoli (presidente Sensale, relatore Marinaro) nella sentenza 1421 dello scorso 28 marzo.
Il caso riguarda l’acquisto, avvenuto tra il 2000 e il 2001 da parte di tre risparmiatori, di bond argentini per 685mila euro; nel 2005 i risparmiatori si erano poi rivolti al tribunale per ottenere la condanna della banca intermediaria alla restituzione dell’importo investito, contestando all’istituto di credito la violazione degli obblighi di informazione previsti dal decreto legislativo 58/1998 (Testo unico intermediazione finanziaria) e dal regolamento Consob 11522/1998. La banca deduceva di aver rispettato la procedura prevista dalle norme bancarie, aggiungendo che comunque gli attori avevano concorso a determinare il danno.
Con sentenza del 2009, il tribunale aveva dichiarato la banca inadempiente agli obblighi di informazione; quindi, affermato «il concorso di colpa di parte attrice nella misura del 50%», aveva condannato l’istituto a risarcire i danni, liquidandoli in 158mila euro.
Contro la decisione hanno presentato appello gli acquirenti, chiedendo la condanna della banca al pagamento dell’intero importo domandato in primo grado.
La Corte accoglie l’appello e ricorda che la violazione dei doveri di informazione «può dar luogo a responsabilità contrattuale, ed eventualmente condurre alla risoluzione del contratto, ove si tratti di violazioni riguardanti le operazioni di investimento o disinvestimento compiute in esecuzione del contratto quadro».
I giudici di Napoli affermano che gli obblighi (di diligenza, correttezza, trasparenza e informazione) imposti agli intermediari finanziari «convergono verso un fine unitario, consistente nel segnalare all’investitore, in relazione alla sua accertata propensione al rischio, la non adeguatezza delle operazioni di investimento che si accinge a compiere». La banca deve segnalare al cliente la natura e le caratteristiche del titolo e precisare chi è l’emittente, «non essendo sufficiente la mera indicazione che si tratta di un Paese emergente»; deve chiarire il rapporto rendimento/rischio e l’eventuale mancanza di dati sulle caratteristiche del titolo.
Nel caso esaminato dai giudici, il portafoglio titoli degli acquirenti documentava una propensione al rischio medio-alta e non altissima, com’era dimostrato dal possesso «in misura più o meno paritaria di titoli azionari, obbligazionari e di Stato»: ciò implica – afferma la Corte – che le operazioni erano inadeguate.
Il tribunale, pur riconoscendo che la banca non aveva informato i clienti sulle caratteristiche dell’investimento, aveva però affermato il concorso di colpa degli acquirenti, giacché i bond argentini erano, all’epoca della vendita, al centro dell’attenzione dei giornali specializzati; sicché – così si leggeva nella sentenza impugnata – l’investitore «avrebbe potuto, e dovuto, adottare maggiori precauzioni nell’acquisto». Ma, secondo la Corte, quando l’intermediario non adempie agli obblighi informativi e il cliente non è investitore qualificato, non si può affermare un concorso di colpa del cliente nel causare il danno per il fatto di non essersi informato «tramite la stampa della rischiosità del titoli acquistati». Infatti, «lo speciale rapporto contrattuale che intercorre tra il cliente e l’intermediario implica un grado di affidamento del primo nella professionalità del secondo che non può essere sostituito dall’onere per lo stesso cliente di assumere direttamente informazioni da altra fonte».
Così la Corte ha condannato la banca a pagare altri 405mila euro.

Antonino Porracciolo

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