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Tango bond, pagamenti bloccati Ultima chiamata per l’Argentina

Meno trenta giorni. Scatta il conto alla rovescia sul default numero due dei Tango bond. Ieri scadevano 832 milioni di dollari tra cedole e rimborsi del debito della Repubblica Argentina. In particolare 539 milioni di dollari riguardavano creditori statunitensi. In realtà, come aveva anticipato nei giorni scorsi, il presidente del Paese sudamericano, Cristina Fernandez de Kirchner, ha autorizzato il pagamento presso i due conti della Bank of New York Mellon per «forzare» la decisione del giudice Thomas Griesa che era stata confermata dalla Corte di appello Usa. Come dire: noi la scadenza l’abbiamo rispettata. Ma le cose non sono così facili: la stessa sentenza, per quanto possa apparire paradossale, rendeva sostanzialmente impraticabile questa via in quanto confermava che l’Argentina non può pagare i creditori senza trovare un accordo contestuale anche con i fondi «avvoltoio» che non avevano aderito al secondo concambio del 2010 scegliendo di fare causa. I soldi sono stati bloccati presso la Bank of New York Mellon e, dunque, ieri è scattato una sorta di «default tecnico». Ora c’è tempo fino alla fine di luglio per trovare una soluzione ed evitare il disastro vero, il secondo default dell’Argentina in 13 anni.
Il tema adesso è capire quali possano essere le implicazioni del default tecnico per il mercato: ieri lo spread dei titoli argentini rispetto ai Treasury bond Usa è esploso fino a superare quota mille punti (che corrispondono a oltre il dieci per cento di interessi). Le agenzie di rating ora potrebbero declassare l’Argentina scatenando un avvitamento che, aumentando gli interessi che l’Argentina dovrà pagare anche al resto del mondo, potrebbe far perdere il controllo alle finanze pubbliche già sotto pressione.
Certo, se si dovesse arrivare alle estreme conseguenze anche la giustizia americana dovrebbe rispondere, almeno moralmente, delle conseguenze: per difendere il diritto a un ristoro completo dei fondi hedge che avevano acquistato post crac a prezzi stracciati colpirebbero i piccoli creditori negli Usa e nel resto del mondo.
La Kirchner ha fatto le pulci al principale tra i fondi hedge che hanno ottenuto la sentenza favorevole da parte della Corte suprema Usa. Si tratta di Elliot Management guidato dal potente Paul Singer e ha pubblicato tutti i numeri dell’investimento in Tango bond . Elliot ha acquistato i bond nel 2008 per 48,7 milioni, per il giudice Usa ne dovrebbe avere indietro 832 (+1.608%). La pressione si è fatta sentire visto che sempre ieri i fondi che si sono rifiutati di aderire alla ristrutturazione del debito pubblico argentino — cosiddetti holdout — hanno accusato il governo di Buenos Aires di essersi rifiutato di avviare una trattativa. «La volontà professata dall’Argentina di negoziare con i propri creditori si è dimostrata essere solo un’altra promessa disattesa. Nml è al tavolo, pronta a discutere, ma l’Argentina ha rifiutato di negoziare qualsiasi aspetto di questa disputa», ha dichiarato Jay Newman, senior portfolio manager di Elliot Managers, parlando per conto di Nml Capital, uno dei principali investitori holdout.
Difficile capire a cosa potrà portare il braccio di ferro. E trenta giorni passano in fretta. Uno è già andato.

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