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Tango bond, Fmi «vede» l’insolvenza

Finisce alla mezzanotte di oggi, ora di New York, il conto alla rovescia nel braccio di ferro che da un mese oppone il governo argentino di Cristina Kirchner ai miliardari Paul Singer e Mark Brodsky, avvocati e nomi di spicco nel mondo degli hedge fund, il primo con Elliott capital e il secondo con Aurelius. E’ l’ultimo giorno per trovare un compromesso, sempre più improbabile, al default del debito di Buenos Aires che ormai molti hanno messo in conto. L’ipotesi bancarotta è sembrata trasparire anche dalle parole di Christine Lagarde. «Sebbene un default sia sempre spiacevole — ha dichiarato il direttore del Fondo monetario — non crediamo che avrebbe conseguenze sostanziali all’esterno, su scala più ampia». Un modo per ridimensionare il possibile impatto sui mercati, stando alle interpretazioni unanimi. 
Le parole della Lagarde sono arrivate quasi in contemporanea all’ingresso della delegazione argentina capeggiata Pablo Lopez, segretario alle Finanze, e dall’inviato Jorge Capitanich in un palazzo di Manhattan dove ad attenderla c’era Daniel Pollack, il mediatore che ha ricevuto l’incarico la scorsa settimana dal giudice della Corte distrettuale di New York Thomas Griesa. Lo stesso a cui si erano rivolti gli hedge fund ribelli per ottenere il blocco del pagamento degli interessi per 539 milioni di dollari disposto dall’Argentina a favore degli ex possessori dei Tango bond (93% del totale) che avevano aderito agli swap con titoli scontati nel 2005 e 2010. Fondi bloccati, ha deciso il tribunale, finchè non verranno pagati al valore facciale i bond estranei allo swap rastrellati in passato per pochi centesimi dai fondi di Singer, Brodsky e altri hedge che reclamano 1,33 miliardi di dollari più interessi. La Corte americana ha congelato i fondi argentini presso il trustee Bank of New York Mellon il 30 giugno, quando scadeva il termine per onorare le cedole, e da allora sono scattati i trenta giorni del cosiddetto «grace period». Oggi è l’ultimo giorno utile dopodichè, se il giudice non sospenderà la sentenza, scatterà il default per un paese già provato dalla recessione e da un tasso d’inflazione vicino al 25%. A meno che non si trovi l’accordo in extremis secondo l’ultimatum del giudice Griesa che il 22 luglio aveva chiesto «trattative a oltranza per gli otto giorni che restano».
Ma fino a ieri sera l’intesa appariva un miraggio. Buenos Aires potrebbe aver valutato che è meglio arrivare a un default pilotato e trattare dopo a condizioni meno onerose. La posta in gioco non è quella di 12 anni fa quando il crac da 120 miliardi di dollari costò il prosciugamento delle riserve valutarie del paese e l’impossibilità di tornare per molto tempo sul mercato del debito. Oggi il volume dei Tango bond ristrutturati è molto inferiore, l’Argentina non è un paese insolvente, le riserve valutarie sfiorano 30 miliardi di dollari. La delegazione sudamericana cercherà un accordo dell’ultima ora ma lo scenario di un default tecnico sembra ormai sempre più probabile. Il capo delegazione Pablo Lopez si è chiuso in conclave con il mediatore Pollack ma senza nessun faccia a faccia con gli hedge fund che il governo e la stampa argentina additano come «fondi avvoltoi» che si trincerano dietro «una giustizia Usa corrotta». Un altro segnale è stato fino a ieri sera il mancato arrivo da Caracas, dove era in corso il vertice del Mercosur, del ministro dell’Economia Axel Kicillof. Anche i trader hanno votato per lo scenario rottura con un rialzo di 27 punti base delle polizze di copertura (credit swap) ma senza toccare i massimi di 1.900 punti del mese scorso. Non uno scenario da panico. Secondo Fitch le banche presenti in Argentina, da Bbva a Hsbc e Citi, potrebbero affrontare la volatilità valutaria di un default tecnico in condizioni ben diverse da quelle del 2002.

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