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Tango Bond di nuovo a rischio La beffa per i risparmiatori

 Correva una domenica quando, il 23 dicembre 2001, 450 mila italiani che avevano in portafoglio i famigerati «Tango bond» ascoltarono l’allora appena insediato presidente peronista Adolfo Rodriguez Saá dichiarare al mondo che l’Argentina non avrebbe ripagato il proprio debito sovrano. Le famiglie italiane erano tra i maggiori creditori privati del Paese sudamericano, insieme ai giapponesi. Oggi i numeri effettivi dell’esposizione non li conosce nessuno: molti tra coloro che avevano accettato le condizioni «capestro» — con un taglio del valore dell’investimento fino al 70% — se ne sono disfatti per godere, almeno, delle minusvalenze. Ma dato che chi accettò di partecipare a uno dei due concambi del 2005 e 2010 ricevette nuove emissioni di titoli di Stato argentini (i bond «par» che coprivano l’intero investimento ma erano contingentati, i «discount» con l’haircut e i cosidetti titoli Pil, legati all’andamento dell’economia locale), chi li ha mantenuti rischia oggi di essere coinvolto nel secondo default. Lunedì sera, in tv, è stata la stessa Cristina Fernandez de Kirchner, presidente dell’Argentina, a gettare tutta l’acqua possibile sul fuoco. «Abbiamo la vocazione a pagare» ed è escluso «un default del debito già ristrutturato» ha detto dopo avere definito «un’estorsione» l’annuncio della Corte suprema Usa sul fatto che Buenos Aires deve pagare 1,3 miliardi di dollari ai fondi hedge per bond in default.
Ma era stata proprio lei ad agitare lo spettro del possibile fallimento bis prima che la Corte si esprimesse. Standard&Poor’s l’ha presa alla lettera e ieri ha tagliato il rating da CCC+ a CCC-, classificando il debito in valuta estera a un passo dal fallimento. La Kirchner ha confermato il rispetto della prossima scadenza dei rimborsi, il 30 giugno, per 900 milioni di dollari, sottolineando che «la volontà di negoziare del Paese è ampiamente dimostrata», riferendosi così al 92% dei creditori che hanno accolto i due concambi
Ma a questo punto tornano a centrocampo coloro che avevano deciso di non accettare le condizioni di Buenos Aires. Tra questi, oltre ai fondi Usa, molti italiani. In un rapporto del Congressional research Service del febbraio 2013 che faceva il punto sui creditori che ancora non avevano trovato un’intesa con l’Argentina erano citati gli hedge fund Usa, il Club di Parigi (con cui il ministro dell’Economia Axel Kicillof tratta da mesi) e i risparmiatori italiani ancora in possesso di Tango bond «originali» con titoli per circa un miliardo di dollari. Ieri lo spread dei titoli argentini è balzato sopra gli 880 punti sui Treasury bond Usa (cioè un rendimento dell’8,8% in più che se per un verso fa guadagnare molto gli stessi creditori, dall’altra dovrebbe far tremare loro i polsi). La Borsa di Buenos Aires ha dato segnali positivi mostrando di credere al compromesso. Tutti sono all’opera per spegnere l’incendio argentino. Ma se mai si realizzasse il default sarebbe addirittura il terzo della storia: il Club di Parigi venne istituito nel 1956 proprio per dirimere le controversie tra l’Argentina e le altre nazioni creditrici.

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