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Tajani: «Diritto d’autore Ue, deve finire il Far West che agevola i colossi della Rete»

«Senza il necessario consenso tra gli eurodeputati alle nuove regole sul diritto d’autore in rete, rischiamo di vedere demolita l’industria culturale europea, che rappresenta la nostra identità, e quindi anche di essere colonizzati e condizionati dalle multinazionali Usa del digitale, come dalla Cina e dalla Russia». Il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani esprime al Corriere della Sera questo ammonimento in vista dell’esito incerto del voto di oggi nell’aula di Strasburgo sulla tutela del diritto d’autore su Internet. L’hanno sollecitata editori di giornali, produttori cinematografici e di audiovisivi, scrittori, giornalisti, registi, musicisti, per poter ottenere un «equo compenso» da colossi di Internet, come Google o Facebook, per l’uso dei loro articoli e di tutti i contenuti creativi. Ma multinazionali Usa del digitale hanno attuato un lobbying martellante per convincere gli eurodeputati a lasciare le cose come stanno o almeno a rinviare alla prossima legislatura.

Riusciranno a continuare a pagare poco o nulla per lo sfruttamento economico in rete di articoli, film, foto, video e libri?

«La nuova direttiva Ue sul copyright deve assolutamente superare l’attuale Far West senza regole, che ingrossa i guadagni dei giganti del web americani o cinesi. Da sempre sfruttano informazioni e opere dell’ingegno pagando poco o nulla agli autori e a chi ha i relativi diritti. Questo ha provocato e può continuare a provocare la chiusura di giornali come di case cinematografiche. Potremmo perdere perfino di simboli storici come Cinecittà. Complessivamente l’assenza di regole adeguate colpisce e penalizza tutta l’industria culturale e della creatività europea».

Oltre alla perdita di identità culturale, c’è la sparizione di tanti posti di lavoro.

«È una evoluzione pericolosa. Quando chiude un giornale non pagano solo l’editore e i giornalisti, ma anche il personale di segreteria e amministrativo, gli stampatori, i distributori, gli edicolanti. Lo stesso avviene nel cinema. Non restano a casa solo attori e registi. In cambio le multinazionali producono pochi posti, magari dislocati in un paradiso fiscale, dove si domiciliano per pagare poco o nulla di tasse ai Paesi europei dove realizzano guadagni ingenti».

È un modello di business con bassi costi e alti profitti, che piace agli azionisti…

«È un modello di business negativo per l’Europa e per l’Italia. Dello sviluppo del digitale devono beneficiare molti, non solo pochissimi».

Parti un po’ ambigue del testo della direttiva sul copyright hanno irritato il “popolo del web libero”, che teme aumenti di costi per gli utenti e la facoltà per le multinazionali del web di censurare contenuti con filtri automatici.

«La martellante campagna lobbistica contro la nuova direttiva ha fatto circolare molte fake news. Perfino mio figlio mi ha chiesto perché volevamo oscurare l’enciclopedia gratuita online Wikipedia. Gli utenti e quanti operano senza fini di lucro sono tutelati. Alcuni emendamenti puntano a superare tutti i dubbi. Il ruolo del Parlamento europeo è produrre un compromesso politico tra tutte le giuste esigenze, non di privilegiare alcuni a svantaggio di tanti cittadini».

Il dibattito nell’aula di Strasburgo, alla vigilia del voto, ha fatto emergere ancora contrasti e che l’esito si annuncia incerto. Potrebbe prevalere l’interesse delle multinazionali del digitale, dopo il loro lobbying così invadente, e far slittare tutto alla prossima legislatura?

«Siamo davanti a una occasione in cui l’Europarlamento deve dimostrare di saper legiferare senza farsi condizionare dagli interessi di colossi della Rete così ricchi e influenti. Non solo con la direttiva sul copyright, ma introducendo poi anche una web tax per tassare adeguatamente i loro profitti e nuove regole per contrastare i paradisi fiscali usati per eludere o evadere le imposte».

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