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Taglio strutturale al cuneo per 3-4 punti

Un taglio al cuneo strutturale. È l’obiettivo che si sarebbero dati i tecnici di palazzo Chigi e ministero dell’Economia per impostare la strategia di riduzione del costo del lavoro stabile da inserire nella prossima manovra di bilancio. Il tutto mentre si accende il dibattito politico sulla proposta di ritorno a Maastricht lanciata da Matteo Renzi. Proposta che lo stesso ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan defisce come «tema per la prossima legislatura».
Il lavoro europeo in vista della manovra italiana d’autunno continua sui binari più tradizionali, quelli tracciati dal titolare del Mef nella lettera alla commissione con la proposta di una correzione da tre decimali del deficit 2018; proposta che dovrebbe portare il nostro deficit/Pil del prossimo anno a quota 1,8%, con uno sconto da circa 8,5 miliardi rispetto ai programmi attuali, ma comunque intorno ai 18 miliardi sotto rispetto al 2,9% indicato dall’ex premier Renzi. Il confronto sulla correzione avanzata da Padoan è in corso, oggi se ne discuterà all’Ecofin in vista del via libera ufficiale atteso poi dalla commissione.
Questa linea si inserisce comunque all’interno della “fiscal stance” più espansiva di cui si sta discutendo a Bruxelles, e insieme a una crescita che promette di essere un pò più vivace del previsto può offrire spazi importanti all’ultima legge di bilancio prima del voto.
La linea all’Economia è quella solita, e punta a concentrare gli sforzi sulle misure pro crescita: in cima all’agenda, quindi, restano gli interventi su cuneo e pressione fiscale.
Priorità ai giovani in cerca di occupazione. La proposta, al momento più gettonata, nella sua ultima versione, prevede un abbattimento del 50% dei contributi a carico dei datori per due/tre anni: in pratica, si passerebbe dall’attuale 30-33% al 15%, con un limite di esonero fino a 3mila euro l’anno (una soglia più o meno in linea con il precedente sgravio targato Jobs act, in vigore fino a dicembre 2016, fissata appunto in 3.250 euro annui). L’intervento avrebbe un costo iniziale per l’erario intorno ai 900 milioni di euro il prossimo anno, per salire a 1,5-2,5 miliardi a regime.
Per rendere poi la misura strutturale verrebbe previsto un “incentivo successivo” al termine del periodo (due/tre anni) di contribuzione agevolata (al 15%). Vale a dire, invece che tornare a un prelievo contributivo pieno del 30-33% si punterebbe a limarlo in maniera stabile di tre o quattro punti percentuali per portarlo cioè al 29-30 per cento. In questo modo, è il ragionamento dei tecnici del governo, nei prossimi 15-20 anni il taglio strutturale del cuneo si applicherebbe a una platea molto ampia (la misura avrebbe l’effetto di incentivare le assunzioni di giovani, replicando, nei fatti, il meccanismo messo a punto per il “bonus occupazionale” di Garanzia giovani, che scadrà a fine anno).
Per le coperture necessarie si guarda sempre più con fiducia alle risorse che potrebbero arrivare dal contrasto all’evasione rendendo obbligatoria la fatturazione elettronica. La deroga alla sesta direttiva Iva che vieta l’obbligatoriettà della e-fattura nei rapporti B2B sembra aver riscontrato i primi consensi della Commssione europea. Difficile però determinare quanta parte delle somme recuperate dalla riduzione del tax gap Iva, oggi stimato poco sotto i 40 miliardi di euro, possano trasformarsi in entrate struturali tali da coprire il taglio degli oneri contributivi sul lavoro stabile. Un taglio di due o tre punti percentuali delle frodi Iva , come aveva evidenziato la Commissione antievasione costituita presso il Mef lo scorso mese di marzo, equivale a un recupero di oltre 6 miliardi in due anni. Somma che con l’obbligatorietà della fattura elettronica potrebbe anche arrivare a raddoppiare.
Una volta fissata l’asticella sarà possibile definire allora anche le priorità. Perchè oltre al taglio al cuneo la priorità resta quella degli investimenti con la possibilità di rendere, anche in questo caso strutturali, misure come quelle per la ricerca o ancora iper e super ammotamenti.

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