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Taglio Iva, operazione in due tranche. No di Bankitalia: “Riformare il fisco”

ROMA — Ignazio Visco gela gli entusiasmi sul taglio dell’Iva alimentati dalle dichiarazioni del premier Conte al termine degli Stati generali. Dalla tribuna dell’Accademia dei Lincei il governatore della Banca d’Italia lancia un messaggio esplicito: il fisco italiano richiede una «riforma complessiva» e non si può procedere «imposta per imposta». Assai cauto il Tesoro da dove si fa sapere che la sforbiciata dell’Iva è una «ipotesi di studio» mentre il viceministro dell’Economia Misiani (Pd) mette in guardia sui costi che comporterebbe l’operazione. Non è un mistero che il ministro dell’Economia Gualtieri persegua l’obiettivo di una riforma generale dell’Irpef e che il Pd insista sul cuneo fiscale, ma Conte ieri è tornato alla carica, segno che le sue intenzioni sono serie: «Valutiamo la riduzione per un breve lasso di tempo, un intervento momentaneo», un po’ come ha fatto la Germania che ha previsto il taglio per il secondo semestre dell’anno, ma ha ammesso il premier l’operazione «costa molto ». Non lo seguono i sindacati che plaudono a Visco, fredda la Confindustria e solo Salvini manda il suo ok.
Se per molti anni si è discusso di come evitare l’aumento dovuto alle clausole di salvaguardia, oggi l’Italia si muove con le mani libere grazie all’intervento del decreto rilancio che sterilizza gli eventuali aumenti per il 2021 e 2022. Così il governo, nonostante il gelo, sembra intenzionato ad andare avanti soprattutto sulla pressione del premier che non vuole rinunciare ad una spinta all’economia prima delle vacanze dell’estate. La soluzione di mediazione potrebbe essere in due tranche: la prima a luglio che potrebbe cominciare con un taglio delle aliquote per alberghi e ristorazione dal 10 al 5 per cento ed altri generi di consumo con un primo stanziamento di 1,5 miliardi, mentre la seconda parte più ampia che investirebbe abbigliamento, artigianato e automobile potrebbe arrivare con la legge di Bilancio: in tutto dai 4 ai 10 miliardi a seconda della profondità dell’intervento. Come è evidente si tratta di un’azione selettiva.
L’altra condizione è quella di legare lo sconto dell’Iva all’operazione cashless: in sostanza l’Iva ridotta verrà applicata dagli esercenti solo per chi paga con la carta di credito. Oggi l’85,9 per cento dei pagamenti avviene ancora in contante, facilitando evasione e “nero”: il progetto cashless del resto sarebbe dovuto partire il 1° luglio, ma causa Covid, è tutto stato rinviato al gennaio del 2021: nel pacchetto c’era l’obbligo per i commercianti di accettare la moneta elettronica, lo sconto con un credito d’imposta per chi pagava con plastic card e la lotteria degli scontrini.
Di impostazione diversa l’altra ipotesi che pure circola di un taglio dell’Iva lineare, cioè di 1 punto per tutte le varietà merceologiche e per le due aliquote principali. In questo caso i costi sono alti, un punto dell’aliquota del 22 per cento costa 4,5 miliardi e uno per l’aliquota intermedia del 10 costa 2,5 miliardi, una operazione da 7 miliardi. In questo caso l’effetto su consumi e Pil non sarebbe percettibile, anche se sul piano dell’equità il taglio dell’Iva avvantaggia i cittadini meno abbienti che consumano una quota maggiore del reddito.
E le risorse? La novità è che si sarebbe raggiunto l’accordo politico per un nuovo aumento del deficit (dopo i 25 miliardi di marzo e i 55 di aprile) con la relativa necessità di presentare in Parlamento la richiesta di autorizzazione allo sforamento, la terza, per 10 miliardi. Il risvolto è che si allenta la tensione sulla opzione Mes, alla quale i grillini sono contrari, e si punta all’utilizzo delle preziose risorse del Recovery fund. Stando alle prime indiscrezioni 3,5 miliardi andrebbero ai Comuni, 1 alla scuola, il resto potrebbe essere appunto indirizzato alla prima tranche dell’Iva turismo e al fondo Pmi. Nel frattempo arriva, lo annuncia il Mef, il rinvio dal 30 giugno al 20 luglio per l’acconto e saldo di Irpef e Iva per i lavoratori autonomi (Isa) e i forfettari.

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