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Il taglio dello spread BTp-Bund regala 2,4 miliardi ai big bancari

Chiamatelo “cadeau” del Conte-Bis. O di Mario Draghi. O dell’allontanamento del fantasma di Italexit. Oppure semplice ritorno alla normalità. Sta di fatto che il drastico calo dello spread tra BTp e Bund sta regalando alle banche italiane un vero e proprio toccasana. Solo per le prime cinque, secondo i calcoli effettuati dal Sole 24 Ore sui dati delle stesse banche, dal 9 agosto scorso il ribasso dello spread si è tradotto in una sorta di aumento di capitale “virtuale” pari a circa 2,4 miliardi di euro: circa 950 per UniCredit, 840 per Intesa, 240 per Mps, 180 per Banco Bpm e 210 per Ubi. Dal giorno in cui la Lega ha presentato al Senato la mozione di sfiducia al Governo Conte, il 9 agosto scorso appunto, lo spread tra BTp e Bund è infatti sceso di circa 100 punti base: dai 240 di quel giorno ai 139 di ieri. E per le banche, che sono piene zeppe di titoli di Stato, questo equivale a un teorico aumento di capitale. Caduto dal cielo. Manna allo stato puro. Pari a circa 2,4 miliardi.

Questo regalo nasce dal fatto che le banche italiane sono piene zeppe di BoT e BTp. Ne hanno comprati a vagonate nei tempi, lontani e recenti, in cui lo spread saliva e servivano mani amiche a sostegno del Paese. Secondo i dati della Banca d’Italia, tutte insieme detengono attualmente 401 miliardi di titoli di Stato nazionali. Questo fa delle banche italiane le più ingolfate di titoli domestici di tutta Europa: secondo i dati di Moody’s di qualche mese fa, i titoli nazionali nei loro bilanci sono pari al 10,7% degli attivi totali, contro il 7,6% delle spagnole, il 2% delle tedesche e l’1,8% delle francesi. Questo ha sempre esposto le banche italiane alla volatilità dei BTp: quando il loro prezzo scendeva e i rendimenti salivano, le banche soffrivano. Ora accade il contrario.

L’impatto sui bilanci dipende però da dove i titoli di Stato sono iscritti. Alcuni si trovano nei libri di trading: in questo caso la variazione dei prezzi dei BTp crea utili o perdite nel conto economico della banca. Ma solo una minoranza di titoli in pancia alle banche italiane è nel trading book. La maggior parte dei BTp è tenuta dalle banche nella parte del bilancio dove si mettono i titoli disponibili per la vendita (HTCS in sigla contabile): in questo caso la variazione dei prezzi dei BTp non crea perdite o utili, ma impatta sul capitale di prima qualità. Cioè il Cet1. Insomma: più i rendimenti dei BTp scendono, più il capitale della banca aumenta; più salgono, più la banca subisce un’erosione del capitale. Infine ci sono i titoli che la banca decide di tenere fino alla scadenza: questi non hanno alcun impatto sul bilancio.

Nell’ultimo anno di estrema volatilità, le banche hanno cercato di correre ai ripari spostando un po’ di titoli nell’ultima categoria: quella che non fa male. UniCredit, per fare un solo esempio, nel settembre 2018 aveva circa 8 miliardi alla voce “tenere fino alla scadenza”, mentre ora ne ha 18 miliardi. Questo ha ridotto la sensibilità del bilancio di UniCredit alla variazione dei prezzi dei BTp del 27-28%. E un trend simile accomuna tutte le banche. Questo significa che oggi beneficiano meno del calo dello spread dei BTp rispetto a quanto non soffrivano solo un anno fa. Ma ugualmente 100 punti base di “sconto” sullo spread un impatto positivo ce l’ha. Forte.

Il più importante è proprio sul capitale di migliore qualità, il Cet1. Per Intesa Sanpaolo 100 punti base in meno di spread significano 30 punti base in più di Cet1: di fatto è come se Intesa da agosto avesse aumentato il capitale virtualmente di circa 840 milioni di euro. Per UniCredit il beneficio è di 25 punti base: questo significa circa 950 milioni di capitale in più. Per Mps 240 milioni, per Banco Bpm circa 180 e per Ubi Banca 210. Mps nella semestrale mostra anche l’impatto sui titoli presenti nel trading book: in questo caso 100 punti base di spread le regalano un utile di circa 10 milioni.

Ma non solo sul capitale si vedono i benefici. Per le banche il calo dello spread tra BTp e Bund significa anche poter emettere obbligazioni (dunque raccogliere fondi) a tassi più contenuti. Dai primi di luglio i rendimenti delle obbligazioni bancarie italiane sono scesi tra i 40 punti base (come i bond senior preferred di UniCredit e Intesa) e i 75 (il senior non preferred di Ubi), mentre i tassi dei bond di altre banche europee sono rimasti stabili. Non è un caso che in questi giorni molti istituti italiani siano scesi nell’arena dei mercati: UniCredit, Intesa e Mps hanno emesso obbligazioni, sfruttando la forte domanda e il ribasso dei redimenti.

Ovviamente queste sono buone notizie solo se lo spread resterà basso a lungo e se i benefici arriveranno anche ai clienti delle banche: famiglie e imprese. Più capitale significa infatti per le banche più capacità di erogare credito. Solo così il calo dello spread diventerà una vittoria per tutti: solo se i benefici che gli istituti creditizi stanno avendo (ammesso che durino) verranno traslati sull’economia reale.

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