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Il nuovo taglio dei tassi in Cina spinge ancora le Borse mondiali

Il paradosso è sempre più evidente. Mentre dall’economia reale si moltiplicano i segnali sull’impatto negativo sempre a più largo raggio della diffusione dell’epidemia da coronavirus – registrati nelle ondate di revisioni al ribasso delle stime sulla congiuntura da parte delle società di analisi – molte Borse internazionali continuano a mostrarsi fiduciose in un prossimo rientro della crisi e vari indici toccano nuovi record storici: gli operatori finanziari appaiono rassicurati dalle nuove misure di stimolo all’economia introdotte dalle autorità cinesi e scommettono su altri provvedimenti espansivi sia da parte di Pechino sia da parte di altri Paesi.

Così i mercati hanno accolto con favore la notizia che la Banca centrale cinese – dopo aver già ridotto i tassi a breve – ha tagliato di 10 punti base al 3,15% un tasso-chiave su prestiti per l’equivalente di 28,6 miliardi di dollari offerti atraverso i suoi strumenti di credito a medio termine. Si è quindi rafforzata l’attesa per interventi ancora più radicali sui tassi (ossia sul Loan prime rate)che dovrebbero essere annunciati giovedì. Domenica, inoltre, il governo ha promesso nuove misure fiscali di supporto, comprese riduzioni di imposte sulle imprese. L’indice CSI 300 di Shanghai ha chiuso in rialzo del 2,3 e quello composito di Shenzhen del 3,18%, recuperando tutto quanto perso dopo la ripresa degli scambi alle fine del prolungato Capodanno Lunare. In giornata l’indice Paneuropeo Stoxx 600 e l’indice Dax della Borsa di Francoforte hanno toccato nuovi record, anche per via della ripresa dei titoli del settore automobilistico.

Eppure altre notizie sono tutt’altro che rassicuranti, mentre i contagiati continuano a salire(quasi 71mila nella sola Cina, con 1.770 morti). Aumentano, ad esempio, i casi in cui le aziende cinesi invocano la forza maggiore per non adempiere ai loro obblighi contrattuali: in proposito, il China Council for the Promotion of International Trade ha emesso 1.615 certificati in favore di aziende che operano in 30 diversi settori, per un valore contrattuale di 15,7 miliardi di dollari.

Ieri Moody’s ha tagliato le sue stime sulla crescita globale nel 2020 al 2,4% dal precedente 2,6% e avvertito sul «severo rischio orientato al ribasso» per l’economia mondiale se il coronavirus dovesse assumere proporzioni pandemiche. «Se pure il suo impatto danneggerà anzitutto l’economia cinese, ci sono già prove- benché aneddotiche – che le catene produttive del valore stiano subendo rotture, anche fuori dalla Cina», ha osservato il vicepresidente di Moody’s Madhavi Bokil, secondo cui, dato che il virus continua a diffondersi, «è ancora troppo presto per dare una valutazione definitiva sull’impatto sulla Cina e sull’economia globale».

Secondo un articolato rapporto di Nomura, nel primo trimestre il Pil cinese – colpito da «un raro caso di simultaneo shock sia dal lato della domanda sia dal lato dell’offerta» si limiterà a una espansione del 3%, registrando la peggiore performance dai fatti di Tienanmen del 1989. Questo secondo uno scenario «base», più favorevole rispetto ad altri due prospettive ipotizzabili («bad» e «severe»): nel caso peggiore la crescita cinese si arresterà allo 0,5% nel trimestre in corso e calerà al 3,9% nell’intero 2020. Nomura avverte anche che l’epidemia sta già danneggiando l’economia dell’Europa in tre modi: problemi nelle importazioni dalla Cina, calo dei turisti cinesi e impatto sulla fiducia ovvero sul «sentiment» economico.

«Se le misure di chiusura decise in Cina dovessero continuare per tutto il primo semestre e l’infezione diventasse pandemia, la paura probabilmente aumenterà notevolmente in Europa e tutte le attività economiche ne saranno colpite in qualche misura», osservano gli analisti di Nomura Rob Subbaram e Ting Lu, secondo cui nel caso peggiore il Pil dell’Eurozona nel 2020 subirà una contrazione dello 0,1% (rispetto a uno scenario-base che lo prevede ancora in crescita dello 0,7%): in tal caso «sia Germania sia Italia cadranno probabilmente in recessione nel 2020». Tra l’altro l’Italia viene considerata il Paese più esposto al turismo cinese (pari annualmente al 5% della popolazione).

Non è da escludere – concludono gli esperti di Nomura – la «possibilità di ulteriori misure espansive di politica monetaria, compreso un ulteriore abbassamento dei tassi di interesse e un potenziale incremento del programma di acquisto di asset (da parte della Bce). Anche la politica fiscale potrebbe aver bisogno di essere impiegata in modo più proattivo».

La stessa Bundesbank, nel suo rapporto mensile, ha definito il virus come un «rischio ciclico downside» per l’economia tedesca, specie sul versante dell’export e delle supply chain. E ha riconosciuto che esiste un «chiaro margine di manovra» nella cornice delle regole di bilancio perché la spesa pubblica intervenga a supporto della crescita.

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