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Tagliare le tasse senza investire non fa decollare la crescita

Immaginiamo che Bruxelles accolga la proposta Renzi di tornare allo spirito di Maastricht e di gettare alle ortiche le regole più stringenti del Fiscal compact. Tradotto in soldoni, significa che invece di avere come obiettivo il pareggio di bilancio tra spese e entrate, lo Stato italiano può creare deficit purché resti entro il 3% del Pil. La proposta di legislatura dell’ex premier è quella di lasciarlo salire al 2,9% per almeno cinque anni consecutivi. Oggi è al 2,1%. Ogni anno potremmo mettere da parte un tesoro di circa 30 miliardi, e forse più, da destinare alla crescita. Ma per farne cosa? Ecco il primo dilemma. Renzi vuole usarlo tutto per ridurre le tasse. E indica come destinatari soprattutto le famiglie con figli, ma anche gli artigiani, i piccoli imprenditori, e più in generale chi non ce la fa ad andare avanti. Ma siamo sicuri che la detassazione sia l’unica ricetta valida per accelerare la crescita? Gli economisti di scuola keynesiana indicano negli investimenti pubblici, quando la domanda è scarsa, uno strumento di gran lunga più efficace dello sconto fiscale. Il loro effetto sul Pil sarebbe doppio o addirittura triplo, grazie a un circolo virtuoso fatto di nuovi redditi, nuovi consumi e nuovi investimenti privati. In genere – dicono – 100 euro di detassazione possono generare al massimo 80 euro di Pil, mentre gli stessi 100 euro investiti arriverebbero a creare 200-300 euro. Se fosse così, i 30 miliardi annui di tasse in meno proposti da Renzi produrrebbero ogni anno circa 24 miliardi di ricchezza in più nel paese, con un aumento del Pil di quasi un punto e mezzo. Molto meno di quanto, almeno sulla carta, potrebbero produrre nel caso fossero investiti. In queste condizioni, non ci sarebbero dubbi su quale strumento preferire. Anche perché, almeno in teoria, lo stesso rapporto debito-Pil sarebbe destinato a scendere grazie alla crescita.
Il problema è che spendere in deficit (sia pure investendo)per un paese già pesantemente indebitato come il nostro è come entrare in una terra di nessuno dove può succedere di tutto, dove ogni imprevisto può far crollare anche la teoria economica più valida. Se i consumatori e gli investitori privati – dicono alcuni economisti – si convincono che lo Stato sarà costretto prima o poi a tassarli per contenere un debito in continua salita, allora saranno restii a consumare e a investire. E addio effetti sul Pil.
In realtà i medesimi rischi sono presenti nella decisione di ridurre le tasse in deficit: anche in questo caso, gran parte degli effetti degli sconti fiscali sul Pil dipenderàdalle aspettative che si avranno sulla credibilità finanziaria del paese. Con lo svantaggio che, bene che vada, quegli effetti sulla crescita saranno in genere piuttosto scarsi.
Insomma, sia che quei 30 miliardi finiscano tutti in sgravi fiscali, sia che vengano investiti in infrastrutture, la condizione perché producano crescita vera nel paese è che lo Stato dia prova di saper ridurre il suo debito. Che non pensi che basti la speranza di un aumento del Pil a ridurre come d’incanto quel peso abnorme. Con un deficit a ridosso del 3% e con gli attuali interessi da pagare, difficilmente quel debito potrebbe scendere. Ecco perché la seconda parte della proposta di Renzi contiene il progetto di una grande operazione patrimoniale che dovrebbe portare ad una progressiva riduzione del debito pubblico. L’idea sarebbe quella di creare all’interno di Cassa depositi e prestiti un fondo in cui far confluire la parte cedibile del patrimonio pubblico italiano, e di attrarre in questo fondo i capitali privati. E’ un progetto finora tutt’altro che dettagliato e che ha alle sue spalle, almeno per quel che riguarda gli asset immobiliari (per le aziende il discorso è ancora più delicato), innumerevoli tentativi di cessioni, tutte o quasi fallite. Ogni volta che si accende un faro sul nostro patrimonio pubblico, si è costretti a constatare l’estrema difficoltà dell’operazione di vendita. Sui 2,3 miliardi di demanio cedibile, solo un quinto ha i requisiti economici adatti, mentre il grosso dei beni pubblici vendibili – si parla di 25 miliardi – è in mano a Comuni e Regioni, che non possono essere costretti a vendere. Il risultato è che oggi gli incassi annui non superano i 900 milioni. Una goccia per coprire l’oceano del nostro debito pubblico.
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