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«Tagliare il debito, avanzo primario al 4%»

Per mettersi al riparo da rischi sul debito l’Italia dovrebbe accantonare ogni anno un avanzo primario, cioè un risparmio prima degli interessi, da 4 punti di Pil (circa 68 miliardi ai valori attuali). Con questa dote, accompagnato da una crescita intorno all’1% e un’inflazione al 2%, il moloch del passivo della Pa scenderebbe in 10 anni sotto al livello del Pil annuale: mossa fondamentale perché il debito pubblico e crediti deteriorati delle banche sono i due figli avvelenati della crisi.
La ricetta rilanciata ieri dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco per mettere in sicurezza i conti pubblici suona ambiziosa, ma per ragioni più politiche che matematiche. Sul piano dei numeri, è lo stesso Visco a ricordare che tra il 1995 e il 2000 l’avanzo primario italiano è stato in media vicino al 5% del Pil, e soprattutto che un aumento consistente di questa voce è stato scritto dal governo anche nell’ultimo Def, sulla base di previsioni di crescita moderate ma comunque superiori ai tassi degli ultimi anni difficili. Più complicate, come mostrano le cronache di queste ore e le incognite crescenti intorno ai passi verso la manovra, sono le previsioni sulla percorribilità politica di questa strada: ma, sostiene Visco, «un impegno costante e prolungato» sui conti pubblici è la «condizione necessaria» per evitare «gli errori del passato», quando interventi troppo timidi sul rapporto debito/Pil nei periodi di economia in salute hanno costretto il Paese a intervenire negli anni della crisi con politiche che hanno accentuato le difficoltà. Per questa ragione, Via Nazionale propone una ricetta in cinque mosse: aiutare la crescita dando più peso agli investimenti pubblici, ancora zoppicanti, rivedere le agevolazioni fiscali, ribilanciare la pressione fiscale (fra redditi, consumi e patrimoni), proseguire sulla strada degli sforzi anti-evasione e spingere su programmi di privatizzazione, importanti «pur se non risolutivi». E non è difficile osservare che, con l’eccezione di investimenti pubblici e lotta all’evasione su cui la politica è corale almeno a parole, sugli altri punti le discussioni sono sempre aperte, anche all’interno della maggioranza attuale. E lo stesso «impegno costante» serve per portare al traguardo le riforme «i cui benefici non sono immediati». La prova viene dai cantieri avviati su Pa, giustizia civile e anticorruzione, ma per Visco «l’azione di riforma va estesa» su concorrenza, start up, semplificazione delle crisi aziendali e taglio dei tempi della giustizia per portarli «a livelli comparabili con quelli degli altri Paesi avanzati».
Attenzione. Il problema, nell’analisi di Bankitalia, non è la sostenibilità in sé del debito pubblico, su cui nemmeno le proiezioni di lungo periodo della Ue mostrano rischi significativi grazie al fatto che, sottolinea Visco, le dinamiche sono state messe in sicurezza dalla riforma Fornero. Un debito troppo alto, però, ipoteca ovviamente gli spazi fiscali per politiche pro-crescita. Proprio la lezione di questi anni misura la spinta al debito prodotta dal Pil anemico: anche nel 2016 il solito effetto «palla di neve», che si ha quando gli interessi medi superano la crescita nominale (crescita reale + inflazione), secondo i calcoli di Bankitalia ha aumentato dell’1,8% il debito/Pil, per cui l’avanzo primario (1,5% del Pil) si è limitato a frenare il rapporto ma non è riuscito a farlo scendere. Altri cinque decimali in aumento (8,5 miliardi) sono stati generati dai derivati, tra flussi finanziari e riclassificazioni tra i prestiti. Risultato finale: il debito 2016 si è attestato al 132,6% del Pil, cinque decimali sopra il 2015 e 16 punti più in alto di cinque anni fa.
A pesare sulle performance dell’economia italiana ci sono anche gli altri debiti pubblici, non di nome (perché non rientrano nel debito consolidato della Pa) ma di fatto. Sono i debiti con le imprese fornitrici della Pa, che rappresentano ancora un universo difficile da quantificare, almeno fino a luglio prossimo. Fra un mese dovrebbe entrare in campo, con una sperimentazione fino all’avvio a regime il 1° gennaio 2018, il sistema telematico «Siope+», chiamato a tracciare in tempo reale le fatture della Pa e offrire una risposta alla commissione europea che sta valutando il deferimento dell’Italia alla Corte Ue . Pagamenti che, spiegano le analisi internazionali citate da Bankitalia, hanno oggi bisogno in media di meno di 100 giorni per essere pagati, con un ritmo che “accelera” un po’ ma rimane decisamente più lento delle medie europee. I debiti della Pa, calcola Via Nazionale, sono scesi l’anno scorso da 68 a 64 miliardi, e nel 50% dei casi restano fermi per tempi più lunghi di quelli previsti dai contratti.

Gianni Trovati

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