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«Tagli di spesa per il cuneo? È presto»

Fabrizio Saccomanni è battagliero: ha rimandato al mittente le accuse secondo cui dall’Europa vi sono critiche alla legge di stabilità con richieste per una manovra di altri sei miliardi di euro, «nessuna richiesta», ha detto; ha inquadrato la polemica successiva nel contesto più miope della politica interna italiana: «Fra gli investitori che ho visto a New York non vi è stata alcuna reazione, non ha avuto nessun impatto sui miei colloqui con le autorità americane e quindi mi pare la tipica cosa italo-italiana che è durata forse anche troppo ma con pochi impatti». Infine ha detto che è «presto» per parlare ora di utilizzare i ricavi della spending review anche per una riduzione del cuneo fiscale. E ha negato al Sole 24 Ore che gli investitori americani possano avere un interesse a trasferire i risparmi ottenuti dai tagli alla spesa a una riduzione del costo del lavoro: «Mah, lo chiedono forse più gli italiani che gli americani – ci ha detto Saccomanni –. Gli americani continuano a vedere l’Italia come un paese di grandi opportunità dove probabilmente chiedono maggiore chiarezza sul sistema legale e sul sistema tributario sui quali stiamo facendo parecchie cose e vedono che i programmi che il governo vuole lanciare sul fronte delle privatizzazioni, sul fronte appunto della spending review, daranno un contributo alla riduzione del debito e del deficit che per loro è molto importante». E sulla spending review ha aggiunto: «Il comitato dovrebbe completare il suo programma in primavera. Ci auguriamo che ci possano essere concrete iniziative da attuare entro il 2014 ma è chiaro che non si può fare ora».
Un rinvio di almeno un anno dunque. Troppo per la velocità con cui si muovono i mercati. È possibile che alcuni investitori americani siano più interessati alla riduzione del debito e del deficit che a un recupero di competitività del sistema produttivo o che abbiano convogliato al ministro impressioni più ottimistche sulle nostre prospettive, ma altri investitori interpellati dal Sole 24 Ore e che hanno incontrato il ministro dell’Economia, sono in realtà ancora preoccupati, chiedono di premere sull’acceleratore della crescita e di favorire oltre a una riduzione del costo del lavoro anche una maggiore mobilità e flessibilità. Le rigidità del mercato del lavoro restano uno degli ostacoli più difficili per avviare un modello economico che punti a ridurre disavanzo e debito più per l’aumento della base imponibile, e dunque un aumento della forza lavoro, un aumento dei consumi e degli investimenti, che per una continuità del rigore fiscale.
Ma è stato sulle polemiche legate alle dichiarazioni del commissario Ue Olli Rehn che il ministro dell’Economia ha risposto a tono e piccato alle critiche in arrivo dall’Italia. «Non si tratta di critiche nuove. C’è stato forse un malinteso su quello che ha dichiarato in una recente serie di interviste il vice presidente Olli Rehn che lui stesso ha chiarito essere una ripetizione delle cose che erano state già discusse in Europa e dall’Eurogruppo».
Secondo Saccomanni, la conclusione di questa discussione è che quello che l’Italia ha presentato nel bilancio e nelle misure parallele che sostengono l’attività di politica economica «…non c’è assolutamente nulla di ulteriore che debba essere fatto per rafforzare lo sforzo. L’Europa continuerà a monitorare la nostra attività come fa con tutti gli altri paesi, ma l’impressione che ci fosse un nuovo processo di valutazione di quanto deve essere fatto dall’Italia è sicuramente non corretta».
Saccomanni ha definito i suoi incontri a Washington molto «costruttivi» e quando gli abbiamo chiesto se le autorità americane, il segretario al tesoro Jack Lew in particolare che ha diramato un rapporto sui cambi in cui si dice che la Germania frena la crescita europea, il ministro ha spiegato di non poter parlare per la Germania, ma di aver illustrato alle autorità americane «l’impressione che anche in Germania ci sia una maggiore attenzione ai problemi della crescita, con le idee di introdurre il salario minimo garantito, di fare grossi investimenti infrastrutturali e credo che nel complesso le politiche europee anche sul piano fiscale sono diventate più accomodanti negli ultimi tempi».
Sarà, ma anche su questo fronte l’America la pensa in modo diverso e lo abbiamo constatato direttamente nei giorni scorsi a Washington, durante le riunioni del Council for United States and Europe: il freno tedesco sia all’unione bancaria europea così come era stata concepita al G20 di Los Cabos che a politiche di rilancio per le economie periferiche come quella italiana non aiuta.

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