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Tagli delle province al rallentatore tra ricorsi e deroghe

Non c’erano dubbi: il taglio delle province imposto dal Governo si sta rivelando un’operazione dove in molti cercano di restare a galla. L’Esecutivo è stato categorico: sopravvivono solo le amministrazioni con un territorio di almeno 2.500 chilometri quadrati e una popolazione non inferiore a 350mila abitanti. Le altre devono riorganizzarsi attraverso accorpamenti. Domani i Cal, Consigli delle autonomie locali (o, in alternativa, le Conferenze permanenti regioni-autonomie locali), dovranno presentare un’ipotesi di riordino, da girare il giorno dopo alla Regione, che entro il 23 ottobre dovrà inviare una proposta al Governo.
Non sarà, però, per nulla facile arrivare al dunque. Solo in Emilia Romagna, Abruzzo e Puglia c’è già un’ipotesi definita. Per le altre amministrazioni a statuto ordinario (le autonome hanno più tempo; si veda l’articolo a fianco) la situazione è variegata: c’è chi non ha ancora affrontato il problema, chi si scontra con le resistenze dei territori, chi intende chiedere deroghe.
In Lazio e Toscana le situazioni più ingarbugliate. Nella prima è molto probabile che né il Cal né la Regione avanzino proposte. Uno dei motivi lo spiega Luigi Lupo, dirigente della struttura di supporto del Cal: «La giunta ha deciso di impugnare la norma di riordino, perché i criteri usati ci penalizzano».
Scenario paradossale in Toscana, dove delle dieci province solo Firenze è “in regola”. E dove sembra impossibile trovare la quadra. Si passa così dall’ipotesi di tre “aree vaste” (caldeggiata dal governatore Enrico Rossi), a quella di sei province totali. L’ipotesi base (gradita al Governo) prevede, oltre a Firenze, le fusioni di Prato-Pistoia-Lucca-Massa Carrara, Pisa-Livorno e Arezzo-Siena, con Grosseto unita a una delle ultime due.
C’è chi chiederà deroghe alle regole generali. Per esempio, la Lombardia, dove si vorrebbero lasciar fuori dalla partita Sondrio e Mantova, fortemente “caratterizzate” dal punto di vista territoriale. Per il resto la proposta che il Cal dovrebbe mettere ai voti prevede, oltre a Milano, la fusione Cremona-Lodi e la maxi-provincia Varese-Como-Lecco-Monza Brianza. Restano Pavia, Brescia e Bergamo. Discorso simile nelle Marche, dove l’idea è chiedere che alle due province salve siano affiancate due nuove amministrazioni: la somma di Ascoli Piceno e Fermo da una parte, Macerata dall’altra. Anche se a quest’ultima mancano 20mila abitanti.
Anche in Calabria la vicepresidente della giunta Antonella Stasi auspica deroghe, «perché altrimenti la strada è obbligata: Vibo Valentia e Crotone con Catanzaro». In Basilicata, invece, il Cal si riunisce oggi per la prima volta: difficile arrivare a una proposta.
Un passo ancora più azzardato sta per fare l’Umbria dove, per evitare il taglio di Terni, il Cal proporrà la “transumanza” di 22 Comuni ora sotto Perugia. Anche la Campania mostra le medesime intenzioni: per “salvare” Benevento, alcuni comuni dell’avellinese dovrebbero transitare nella provincia sannita. Scelta che, però, il presidente della Conferenza regione-autonomie locali (e assessore regionale) Pasquale Sommese giudica di «difficile realizzazione, perché i comuni interessati non hanno dato segnali».
Segnali che, invece, ci sono stati in Veneto, dove tre comuni hanno chiesto di “spostarsi”. «Richieste che non cambiano gli equilibri – spiega Roberto Ciambetti, presidente della Conferenza –. Il riordino dovrebbe, dunque, prevedere l’accorpamento di Rovigo e Padova e di Belluno e Treviso. Ma su quest’ultimo c’è la resistenza di Belluno». Diffidenza che si riscontra anche dalle parti di Imperia, ostile all’accorpamento con Savona.
Pochissimi i Cal che si presenteranno domani con proposte definite. Tra i virtuosi ci sono Emilia Romagna, Puglia e Abruzzo. Nella prima – fa sapere la presidente della provincia di Ferrara, Marcella Zappaterra, alla guida del Cal – il riordino prevede, oltre a Bologna e Ferrara, tre aggregazioni: Ravenna-Rimini-Forlì Cesena; Modena-Reggio Emilia; Parma-Piacenza. La Puglia si riunirà domani per proporre il passaggio di Barletta-Andria-Trani a Foggia. Lecce, salvo sorprese, resterà con i confini attuali, mentre Taranto e Brindisi si fonderanno. In Abruzzo, infine, due province: L’Aquila-Teramo e Pescara-Chieti.

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