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Tagli e bilanci in rosso la grande distribuzione piegata dal ciclone Amazon

L’effetto-Amazon e il boom dei discount regalano un’altra giornata nera alla grande distribuzione europea. Il colosso inglese Tesco (alle prese pure con le incognite della Brexit) ha annunciato che taglierà novemila posti di lavoro ridimensionando quei reparti — come la macelleria e il pesce — dove le entrate sono in maggior calo. L’ennesimo ko per il settore in Gran Bretagna dopo i guai di House of Fraser e della catena di dolciumi Patisserie Valerie e i problemi di Debenhams che sta trattando con i creditori una ristrutturazione del debito in vista di alcune rischiosissime scadenze obbligazionarie.
I guai del retail non sono però limitati a Londra. Anzi, l’onda lunga della crisi è arrivata persino in Germania dove l’economia e i consumi ancora non battono in testa. Galeria Kaufhof ha reso noti 2.600 tagli per tenere a galla i conti mentre la catena di abbigliamento Gerry Weber, dopo il primo rosso della sua storia, ha avviato le procedure per l’amministrazione controllata.
Segno che anche i paesi e le aziende che vanno meglio iniziano a pagare dazio alla metamorfosi del comparto. E persino l’Ikea, dopo aver rivoluzionato il commercio con il suo modello di business, è stata costretta a cambiar pelle, varando 7.500 esuberi, potenziando le vendite web che ha a lungo snobbato e riavvicinando i punti vendita (che saranno più specializzati) ai centri delle città.
Il copione della trasformazione è un po’ lo stesso in tutto il vecchio continente, Italia compresa: i nuovi modelli di consumo spingono con crescite importanti l’e-commerce e le grandi catene a basso costo.
Mentre i big tradizionali, specie quelli che hanno rinviato troppo lo sbarco sul web, segnano il passo. L’America è stata la prima a inaugurare questo trend che non accenna — per il momento — a rallentare: le vendite online sono salite dal 5,3% del totale del 2007 al 13% del 2018 (con Amazon che si è conquistata il 49% di questa nicchia di mercato). Chi ha preso in tempo questo treno come Walmart — che nel 2018 ha visto crescere del 40% i ricavi in rete — è riuscito a resistere alla bufera.
Chi ha tentennato troppo ha pagato un prezzo salatissimo: Toy R Us è fallita (come altri marchi), molti mall nelle grandi città — gli spazi dove negli anni 80 passava il 50% del commercio al dettaglio a stelle e strisce — hanno calato la saracinesca e persino un colosso come Sears, dopo 125 anni di gloriosa carriera, è finito in amministrazione controllata e prova ora a sopravvivere in versione e dimensioni ridotte.
Lo stesso destino toccato nel 2018 ad altre 18 grandi catene.
La grande distribuzione organizzata in Italia, nel suo piccolo, è alle prese con gli stessi problemi degli altri paesi europei. L’e-commerce nel nostro paese è cresciuto lo scorso anno del 16%. Nel 2018 il numero di chiusure di grandi centri commerciali (10) ha superato per la prima volta quello delle aperture. Molti marchi — da Trony a Mercatone Uno, da Oviesse a Conbipel — sono andati in crisi per colpa della competizione online e di dimensioni strategiche non adeguate. Mentre nel settore alimentare — al netto del rallentamento dell’economia — l’unica nicchia che tira è il discount che nel 2017, secondo i dati R&S Mediobanca, ha visto il giro d’affari salire del 7% mentre per i brand più tradizionali la redditività è in netto calo. «Il mercato è in fase di saturazione — dicono in Piazzetta Cuccia — con un quadro che prelude a un consolidamento a scapito dei gruppi meno performanti».

Ettore Livini

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