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Tagli alle pensioni, sempre più arduo l’esame alla Consulta

La Corte costituzionale diventa via via più diffidente nel valutare gli interventi in materia di pensioni. E, come si è visto con le sentenze 70 del 2015 e 116 del 2013 – con le bocciature delle ultime due operazioni a largo raggio messe in atto per recuperare risorse intervenendo sull’importo degli assegni – si orienta più facilmente verso le censure. Nel dettaglio, le ultime disposizioni a non superare l’esame della Consulta sono state il blocco dell’adeguamento all’inflazione per gli anni 2012-2013 introdotto a fine 2011 dal governo Monti e il contributo di solidarietà per il periodo 2011-2014 previsto dal decreto legge 98/2011.
Bocciature…
Nel primo caso, i giudici hanno evidenziato che, a differenza di casi precedenti, il blocco riguarda due anni invece di uno e incide, per tutto il loro importo, anche sugli assegni di valore meno elevato (tutti quelli sopra tre volte il minimo), mentre in passato si era intervenuti per fasce, quindi solo sulla parte eccedente un determinato ammontare. Inoltre l’intervento è motivato genericamente con la situazione finanziaria contingente.
Nella sentenza si fa ampio riferimento a una precedente decisione, la 316/2010, riguardante il blocco della perequazione avvenuto nel 2008 per gli importi pensionistici superiori a otto volte il minimo. Tale decisione non era stata censurata perché il sacrificio richiesto a una categoria di pensionati serviva per evitare aggravi ad altri pensionati, si concentrava sui più ricchi e comunque la Costituzione non obbliga a un adeguamento annuale degli importi. In quell’occasione, inoltre, era stato evidenziato che frequenti interventi sulla perequazione o il suo blocco avrebbero portato a superare gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità perché sarebbe venuta meno la difesa del potere d’acquisto delle pensioni. Cosa che è accaduta, secondo la Corte, con il Dl 201/2011.
…e promozioni
Ma la sentenza 70/2015 fa riferimento anche alla 349 del 1985 con cui si erano già sollevati dubbi sulla legittimità di misure che riducessero in modo notevole e definitivo la garanzia di adeguatezza della pensione senza avere una «imperativa motivazione di interesse generale». Nel dettaglio, però, la decisione 349/1985 non bocciò l’estensione agli iscritti alle gestioni speciali di un sistema di perequazione più penalizzante già in vigore per la gestione principale. Questo perché, secondo i giudici, con tale decisione si rese omogeneo il trattamento dei pensionati in un periodo difficile e perché il sistema fu comunque sostituito “solo” sei anni dopo e con l’aggiunta di una parziale compensazione del mancato incremento patrimoniale che si era verificato nel frattempo.
Il blocco della perequazione per il solo 1998 degli importi superiori a cinque volte il minimo, invece, ha ricevuto il via libera perché, hanno scritto i giudici nell’ordinanza 256/2001, l’adeguatezza e la proporzionalità delle pensioni devono fare i conti con le risorse disponibili e il blocco si inserisce in una manovra correttiva messa in atto per rispettare gli equilibri di bilancio. In tale occasione non è stato fatto alcun riferimento all’obbligo di legare il provvedimento a una finalità solidaristica in ambito previdenziale, mettendo solo la palese irrazionalità quale limite alla discrezionalità del legislatore nello stabilire la misura degli importi delle pensioni.
Limiti alla «solidarietà»
La finalità solidaristica è una delle ragioni che ha consentito al contributo di solidarietà, introdotto nel triennio 2000-02 sugli importi oltre il massimale, di superare il vaglio della Corte costituzionale, unito al fatto che insisteva sui trattamenti più elevati. In tale occasione (ordinanza 22/2003) venne precisato anche che il prelievo è una prestazione patrimoniale e in quanto tale non rientra nell’ambito dell’articolo 53 della Costituzione che riguarda l’imposizione tributaria in senso stretto.
Con la sentenza 116/2013, invece, si è bocciato il contributo di solidarietà sulla quota di pensione oltre i 90mila euro annui per il periodo 2011-2014 perché le pensioni sono considerate una retribuzione differita e quello che in tale occasione è stato considerato un prelievo tributario maggiore sui pensionati rispetto ad altre categorie di titolari di reddito è stato ritenuto incostituzionale.
L’elevato numero di sentenze che si sono susseguite nel tempo rende arduo individuare una linea di lettura univoca. Tuttavia sembra potersi affermare che se nel 1997 (sentenza 211) la Corte ammetteva la possibilità addirittura di ridurre l’ammontare delle pensioni già in essere per far fronte alla necessità dell’equilibrio di bilancio senza ulteriori particolari motivazioni e accortezze, negli ultimi anni gli interventi in materia previdenziale sono ammessi solo a fronte del rispetto di vincoli più stringenti. Tra questi il contenimento dell’efficacia temporale del provvedimento, la tutela dei trattamenti di valore più contenuto, la previsione di un “reimpiego” in ambito previdenziale delle risorse derivanti dal prelievo sugli assegni.
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