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Tagli alla spesa, arriva il primo decreto

ROMA — Il governo va avanti e oggi pomeriggio o al più tardi domani varerà il primo decreto di revisione della spesa pubblica, con un intervento che dovrebbe portare un risparmio strutturale di oltre 10 miliardi l’anno, con un impatto di 5-6 miliardi già quest’anno. Risorse che serviranno a mitigare l’aumento dell’Iva a un solo punto dal gennaio 2013 (invece che due da ottobre di quest’anno), ma anche a finanziare alcune spese rimaste scoperte, dal 5 per mille alle missioni di pace, ai fondi per l’emergenza terremoto in Emilia, a quelli per gli esodati.
Considerati i tagli della spending review il governo, ha detto ieri il presidente del Consiglio, Mario Monti, conta di chiudere il bilancio del 2012 con un deficit del 2%, superiore a quello previsto poche settimane fa (1,7%) a causa della crescita del prodotto interno lordo, che sarà presto ufficialmente rivista in ulteriore ribasso, nettamente inferiore alle previsioni. I conti, tuttavia, non preoccupano eccessivamente l’esecutivo: in termini strutturali, cioè depurato dall’effetto negativo della congiuntura, il disavanzo italiano del 2012 sarebbe comunque pienamente in linea con gli obiettivi europei. L’Istat ha certificato nel primo trimestre un deficit dell’8% del Pil, ma nei primi mesi dell’anno (l’anno scorso nel primo trimestre il deficit era al 7%) nel bilancio tradizionalmente prevalgono le spese, e i dati del Tesoro sul fabbisogno dei primi sei mesi registrano un miglioramento di 15 miliardi rispetto all’anno scorso.
«La spending review non è una manovra di aggiustamento dei conti pubblici» ripetono in ogni caso da Palazzo Chigi. «È un esercizio impegnativo e importante. Non sarà un taglio lineare tranchant: la qualità della spesa pubblica è essenziale per una crescita sostenibile e la riduzione di quella improduttiva aumenterà le possibilità di occupazione dei giovani» ha detto Monti. Che ieri ha illustrato i provvedimenti in arrivo anche al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale ha chiesto rassicurazioni su scuola e ricerca, che non dovrebbero subire tagli. Del pacchetto che arriverà in Consiglio dei ministri, i piatti forti saranno le misure per la riduzione dei dipendenti e delle piante organiche della Pubblica amministrazione centrale, i tagli sugli acquisti di beni e servizi, la sforbiciata al Fondo sanitario e quella, ulteriore, che si profila sul bilancio dei ministeri e, soprattutto, degli enti locali.
Il piano sarà all’ordine del giorno nonostante il vespaio di polemiche sollevate dall’operazione, che colpisce a 360 gradi il settore pubblico. Protestano i sindacati del pubblico impiego, che minacciano lo sciopero generale. Oggi scioperano gli avvocati contro la chiusura dei tribunali (ne saranno soppressi tra 28 e 36) mentre si valuta anche l’introduzione di una gara unica nazionale per le intercettazioni. I farmacisti si mobilitano contro gli extrasconti sui medicinali, i produttori perché dovranno contribuire con il 50% all’eventuale sforamento della spesa. Ma sono sulle barricate anche gli enti locali e alcuni ministeri, come l’Università che si oppone al taglio di 200 milioni, la Difesa, la Giustizia.
E anche il Pd mostra, alla vigilia della riunione decisiva del Consiglio dei ministri, molta cautela. «Sono d’accordo sull’evitare l’aumento dell’Iva e su un meccanismo di risparmio nella Pubblica amministrazione, ma non con tagli a Sanità, scuola e servizi» dice il segretario Pier Luigi Bersani via Twitter. Facendo intendere che avrebbe gradito un maggior coinvolgimento. «Sono a disposizione per discutere in qualunque momento con il governo sulla spending review, altrimenti si valuterà in Parlamento» dice Bersani, mentre Maurizio Sacconi, del Pdl, garantisce che il suo partito sosterrà la spending review senza riserve.
Il fronte più caldo, oltre a quello del pubblico impiego, è quello delle autonomie locali. Secondo la bozza del decreto che arriverà a Palazzo Chigi sono previsti altri 7,2 miliardi di euro di tagli in tre anni a carico di Regioni, Comuni e Province. Queste ultime, che pure avevano proposto l’accorpamento (secondo uno dei progetti del governo il loro numero scenderebbe a 61), minacciano di non riaprire le scuole. Così come le Regioni sono tentate di rimettere al governo le deleghe sulla Sanità. Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, incontrando ieri sera i governatori, ha confermato la sforbiciata da un miliardo per il 2012 e di 2 dal 2013 al Fondo sanitario nazionale, aggiungendo che la chiusura dei piccoli ospedali non sarà automatica. Tenta di rassicurare i sindacati anche il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi: nel pubblico impiego, dice, i tagli saranno selettivi e «non si possono fare numeri».

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