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Taddei: sul Jobs act il governo non arretra

«Non cambieremo l’impianto dei primi due decreti di attuazione del Jobs act. C’è, è vero, una discussione sui licenziamenti collettivi. Ma il nodo sarà sciolto all’ultimo momento», dice Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, uno dei protagonisti nella messa a punto della legge delega di riforma del mercato del lavoro. Sui licenziamenti collettivi, che il decreto attuativo sul contratto a tutele crescenti equipara ai licenziamenti individuali nella semplificazione delle procedure e nella riduzione del diritto al reintegro, c’è un braccio di ferro nello stesso Pd, perché la sinistra del partito, ben rappresentata alla Camera dal presidente della commissione Lavoro, Cesare Damiano, chiede di togliere dalla riforma i licenziamenti collettivi e di lasciare quindi le attuali procedure (in particolare, l’accordo con i sindacati) e le relative tutele (diritto al reintegro). Le imprese sono preoccupate. In un’intervista al Corriere pubblicata ieri, il vicepresidente Stefano Dolcetta chiede al governo di non fare marcia indietro perché le aziende che devono ristrutturarsi hanno bisogno di procedure rapide ed efficaci. «Comprendiamo le ragioni delle imprese e siamo sensibili al tema. Il governo non vuole dare segnali di arretramento sulla riforma», assicura Taddei. Il quale, se potesse decidere lui, lascerebbe intatte le nuove norme sui licenziamenti collettivi, «per salvaguardare la coerenza della riforma». Altrimenti, aggiunge, si avrebbe il paradosso che due lavoratori assunti col nuovo contratto a tutele crescenti (la riforma vale solo per questi) licenziati il primo individualmente e il secondo collettivamente, avrebbero tutele diverse: quello colpito dal licenziamento individuale riceverebbe solo l’indennizzo, quello licenziato collettivamente invece sarebbe ancora coperto dall’articolo 18. 
Nei prossimi giorni le commissioni Lavoro di Camera e Senato daranno i rispettivi pareri sui primi due decreti legislativi del Jobs act. Oltre al decreto che introduce il contratto a tutele crescenti e rende più semplici i licenziamenti, c’è quello che riordina il sistema degli ammortizzatori sociali attorno alla Naspi (nuova indennità di disoccupazione). Il Consiglio dei ministri, al massimo il 20 febbraio, varerà quindi definitivamente i due decreti. Insieme a questi dovrebbero essere approvati altri due schemi di decreto previsti dalla riforma: quello sul riordino dei contratti e quello sulla nuova cassa integrazione.
Spariranno gradualmente i co.co.pro., nel senso che potranno durare fino alla fine di quest’anno o al massimo per 12 mesi, dice Taddei. Poi questi lavoratori o prenderanno la veste di autonomi con la partita Iva o, se di fatto sono dei dipendenti mascherati (per esempio hanno un solo committente), dovranno essere assunti col contratto a tutele crescenti. Via anche il job sharing e le associazioni in partecipazione e il lavoro a chiamata, che potrebbe rientrare nelle attività remunerate con i voucher. Verranno rafforzate le tutele per le partite Iva, fissando tra l’altro tempi certi per i pagamenti. Anche sulla riduzione del contratto a tempo determinato da un massimo di 3 anni a 2 c’è dibattito, conferma Taddei, che è favorevole al taglio, «per favorire il lancio del contratto a tutele crescenti». Ci saranno le norme sul demansionamento, «ma garantendo parità di trattamento economico». Sparirà la cassa integrazione per chiusura aziendale e quella a zero ore. Negli altri casi ci sarà un monitoraggio severo contro gli abusi.
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