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Swap greco, conto «leggero»

di Alessandro Merli

Le banche e le autorità greche vedono il mese di settembre come obiettivo per avviare lo scambio dei titoli del debito di Atene previsto dall'ultimo pacchetto europeo. Intanto, però, i mercati fanno i conti sulla reale portata del coinvolgimento del settore privato e ne danno una valutazione molto inferiore a quella annunciata ufficialmente: il "burden sharing", la condivisione degli oneri del salvataggio della Grecia con i creditori privati, fortemente voluto soprattutto dal Governo tedesco per ragioni politiche interne, ha visto la luce dopo oltre nove mesi di discussione e dopo essere stato uno degli elementi più destabilizzanti per i mercati, ma la soluzione raggiunta appare a molti osservatori di entità modesta.

Secondo l'annuncio dell'Institute of International Finance (l'associazione delle grandi banche presieduta dal capo della Deutsche Bank, Josef Ackermann), che ha coordinato il negoziato per i privati, i nuovi bond comporteranno un "haircut", una perdita per i creditori, del 21%.

Il documento dell'Iif ipotizza un tasso di sconto, o «rendimento di uscita» del 9%. Cifra che però qualcuno sul mercato considera arbitraria: e un tasso di sconto inferiore ridurrebbe la perdita. «Il 21% è nettamente sopravvalutato», sostiene una nota di Barclays Capital. Lo studio fa un esame titolo per titolo di tutti i bond greci in scadenza da qui al 2020 e che verrebbero consegnati nello scambio proposto e giunge alla conclusione che, a seconda delle obbligazioni, l'haircut per i creditori sarà fra lo 0 e il 19%. Altre case d'investimento giungono a conclusioni diverse, ma in genere c'è consenso sul fatto che la perdita per le banche e gli altri investitori sarà inferiore a quella annunciata.

Questo elemento dovrebbe contribuire ad aumentare la partecipazione dei creditori allo swap. Sui mercati però c'è qualche dubbio che, su base puramente volontaria, si possa raggiungere un tasso di adesione del 90%, come anticipato dall'Iif. In realtà, l'offerta sarà condizionata a una soglia di partecipazione minima, presumibilmente proprio del 90%, con una minaccia, più o meno esplicita, che chi non partecipa andrà in contro a una ristrutturazione a condizioni nettamente peggiori. Il parallelo che circola è quello della ristrutturazione del debito dell'Uruguay nel 2003, più volte citato come possibile esempio già nei mesi scorsi. Allora, il Fondo monetario chiarì che avrebbe fornito gli aiuti solo a condizione di un successo dell'operazione sul debito. Peraltro, i conti del Paese sudamericano erano nettamente migliori di quelli della Grecia, tanto che si ripresentò a raccogliere fondi sui mercati nel giro di pochi mesi.

L'altra cifra controversa è quella del vantaggio che la Grecia riceverà dallo scambio di titoli. L'Iif calcola che i creditori rifinanzieranno Atene scambiando titoli per 54 miliardi di euro dall'avvio dell'operazione al 2014 (e 135 fino al 2020). Una cifra tutto sommato contenuta, se confrontata ai danni che avrebbe comportato per le banche un default incontrollato della Grecia (oltre ai suoi effetti colleterali). Ma anche questa è sovrastimata, per quanto riguarda i benefici che ne riceverà Atene, o comunque il minore esborso di aiuti europei. Da essa vanno detratti infatti i 35 miliardi di euro circa di collaterale (titoli a tripla A per garantire il pagamento dei nuovi bond) che il Governo greco dovrà acquistare subito, usando gli aiuti europei: il vantaggio netto si riduce a 19 miliardi di euro.

 

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