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Swap, da Palazzo Marino «scommessa dannosa»

«Nessuna attività fraudolenta di bancari e banchieri», ma piuttosto una colpa precisa del Comune che avrebbe avuto «il preciso dovere di non scommettere con il denaro dei cittadini/contribuenti facendo loro assumere rischi dannosi e inutili»; tanto più se l’amministrazione in questione «non è un minuscolo Comune di periferica provincia, ma il cuore pulsante della Nazione».
Non difettano di chiarezza le motivazioni, diffuse ieri, con le quali la quarta sezione penale della Corte d’Appello di Milano sostiene la chiusura dell’affaire sugli swap di Palazzo Marino, sfociata il 7 marzo scorso nell’assoluzione delle quattro banche (Deutsche Bank, Depfa, Ubs e Jp Morgan) e dei nove funzionari che avevano stipulato con il Comune la maxi-operazione da 1,68 miliardi di euro ed erano state condannate in primo grado per truffa aggravata.
Il collegio d’appello, presieduto da Luigi Martino, ridisegna la geografia del processo, e di fatto colloca l’amministrazione comunale sul banco degli imputati lasciato libero dalle banche. Il tema dei «costi impliciti», cioè delle spese che hanno remunerato le banche e hanno cancellato un teorico “valore zero” iniziale negli swap sottoscritti dal Comune, non viene cancellato, ma cambiato di segno. Per i giudici, tocca infatti agli amministratori locali, «e non certo alle banche, confrontarsi con una complessiva verifica della convenienza economica nella ristrutturazione del debito».
Non è successo così, nella ricostruzione offerta dalle motivazioni, nel caso dell’operazione avviata con il lancio nel 2005 del bond da 1,68 miliardi, il più alto nella storia delle obbligazioni comunali, che all’epoca servì al Comune per tamponare una crisi di cassa e ha poi rappresentato la base su cui si è sviluppata tutta l’architettura dei derivati. Nonostante i valori in gioco, e nonostante l’attore fosse rappresentato da un Comune in cui si doveva sapere che «i costi impliciti esistono, e sono tali a prescindere da qualsiasi giudizio sulla loro congruità», Palazzo Marino ha firmato i contratti «di fatto omettendo ogni autonoma valutazione di economicità», chiesta anche dalle regole sui derivati degli enti pubblici: tradotto, i giudici censurano il mancato ricorso a un advisor indipendente, con la conseguenza che il Comune si è affidato alle controparti bancarie «per poi chiamarsene ambiguamente e strumentalmente fuori» e «stupirsi se le banche perseguono il proprio oggetto sociale facendo profitti».
Un atteggiamento, quello del Comune, maturato solo dopo aver difeso le proprie scelte davanti alla Corte dei conti «per esonerarsi da un’eventuale e assai temuta responsabilità contabile»; il cambio di giudizio è arrivato quando si è trattato di affrontare il processo davanti alla magistratura ordinaria, in cui il Comune ha giocato il ruolo di parte civile (prima di uscirne grazie alla transazione con le banche) e ha finito per giustificarsi «con professioni di ignoranza davvero imbarazzanti e comunque inescusabili».
I riferimenti sono ai funzionari di punta nella struttura comunale di allora e all’ex sindaco Gabriele Albertini, il quale nella sua testimonianza nel processo di primo grado sostenne che «il Comune ha effettuato in proprio le valutazioni di convenienza economica, e se i documenti non sono stati trovati è perché qualcuno li ha fatti sparire». «Non sarebbe dovuto accadere – scrivono i giudici – che un sindaco reagisca con allusioni e illazioni assai gravi, indirizzandole al Tribunale che sta ultimando il processo penale».

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