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Swap, costi occulti legittimi

I «costi impliciti» di uno swap non sono in sé illegittimi, e da soli non bastano a cancellare la «convenienza economica» indispensabile per un derivato di un ente pubblico, perché questa va valutata confrontando in modo complessivo la vecchia e la nuova struttura del debito. Prima del 1° novembre 2007, inoltre, le banche non avevano obblighi puntuali di comunicazione di questi oneri, perché le attuali regole di trasparenza sono state previste dal Dlgs 164/2007 che ha recepito la direttiva “Mifid”; tanto più che da un ente pubblico che sottoscrive un’operazione del genere può «ragionevolmente pretendersi un onere di diligenza nell’informarsi puntualmente» sulle caratteristiche dei contratti che sta firmando.
Su queste basi il Consiglio di Stato, nelle 110 pagine della sentenza 5962/2012 depositata ieri, chiude la battaglia legale ingaggiata dalla Provincia di Pisa contro Dexia Crediop e Depfa Bank sulla ristrutturazione di un debito da 95,5 milioni di euro convertito in un prestito obbligazionario coperto da un collar, cioè da un derivato che prevede un tetto massimo (cap) e minimo (floor) nel tasso d’interesse. La decisione conferma la giurisdizione italiana quando la controparte è scelta con gara, ipotesi che era stata contestata dalle banche, ma agli istituti di credito offre nel merito ottime notizie perché riforma le decisioni precedenti che avevano dato il via libera all’annullamento in autotutela dell’operazione da parte della Provincia. La pronuncia ponderosa dei giudici amministrativi, però, è destinata a risuonare molto al di là di Pisa e dintorni, per la delicatezza dei temi che affronta e che, a partire dal dibattito su «costi impliciti» e obblighi di trasparenza, sono per esempio al centro anche del processo sui derivati del Comune di Milano. Una decisione amministrativa non si può certo sovrapporre al piano penale su cui si gioca la vicenda degli swap di Palazzo Marino, ma le analogie fra i temi al centro delle due partite non sono da poco.
L’intera architettura della sentenza poggia su una consulenza tecnica “di peso”, che inizialmente era stata chiesta a Maria Cannata, il direttore del Tesoro che gestisce il debito pubblico, e che dopo il suo «non possumus» per conflitto d’interessi è stata affidata a Roberto Angeletti, ispettore di Bankitalia.
Il consulente, nell’esame accolto dai giudici amministrativi, ha passato al setaccio l’operazione da 95,5 milioni di euro varata nel 2007 e cancellata in autotutela un anno dopo perché i consulenti incaricati dalla stessa Provincia di riesaminare il tutto avevano scovato «costi impliciti», quindi non dichiarati, per 1,4 milioni. Il consulente “corregge” la cifra a 320mila euro, ma soprattutto contesta l’ipotesi di un «derivato ideale» a costo zero, su cui poggiano molte contestazioni di «costi occulti».
La presenza di oneri, che possono essere legati «ai rischi di controparte, liquidità, legale, nonché ai costi amministrativi», da sola non basta a cancellare la «convenienza economica», requisito imposto dalla legge 448/2001 a tutti gli swap degli enti pubblici. Nel caso pisano, la cancellazione dei 16 mutui e la loro sostituzione con un bond locale coperto dal collar ha comportato, secondo il consulente, un risparmio da 400mila euro, che non è dunque cancellato dai 320mila euro di costi «impliciti». Costi che, chiude la sentenza, prima del novembre 2007 non avevano bisogno di essere illustrati in prospetti dedicati, anche perché un ente pubblico che già era attivo sul mercato e che ha dato il via all’operazione dopo una gara ufficiosa e una valutazione delle proposte da parte di una commissione tecnica non può dirsi “disinformato” ex post.

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