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Svolta sui tassi, la Fed alza allo 0,75% «L’economia tira, prezzi in ripresa»

Janet Yellen conferma l’aumento dei tassi di interesse: «È un atto di fiducia nell’economia americana». Ma la presidente della Federal Reserve (Fed) vede un’incognita: la politica economica di Donald Trump.

Il Fomc, il Federal open market committee, l’organismo della Fed che manovra la politica monetaria, ieri ha rialzato di 0,25 punti il tasso di interesse, annunciando altri tre aumenti di pari entità nel 2107. Ora si passa dalla fascia dello 0,25-0,50% al gradino superiore: 0,50%-0,75%. Poi, nel corso del prossimo anno, la banca centrale prevede di intervenire ancora, fino ad arrivare all’1,4% entro dodici mesi. La curva dei tassi dovrebbe continuare a salire nel 2018, fino al 2,1% e nel 2019, fino alla soglia del 2,9%.

Per il momento siamo di fronte a una mini-stretta largamente attesa e scontata dai mercati ormai da settimane. Si allarga la distanza dall’Unione Europea, come nota Peter Praet, capoeconomista della Bce: «L’eurozona non è ancora pronta per un incremento dei tas-si».

Yellen, invece, considera la mossa della Fed «una decisione che avrà un impatto modesto sulle imprese». Il contesto economico è pronto. Innanzitutto la crescita, «che si è consolidata». L’anno era iniziato con una debole spinta. Nel terzo trimestre, però, il Prodotto interno lordo è aumentato del 3,2% e ora la curva del Pil viaggia su una media dell’1,8%. Se questo trend continuerà anche nel quarto trimestre, il Pil dovrebbe superare il livello del 2% di crescita: più di quanto previsto dal Fondo monetario internazionale (1,6%) e dalla stessa Fed (1,8%).

Anche le altre due variabili fondamentali, occupazione e inflazione, sono in linea con gli obiettivi prefigurati dalla Federal Reserve. Il tasso di disoccupazione è tornato ai livelli precedenti alla Grande crisi del 2008: 4,6%, anche se è accompagnato da una quota di partecipazione al mercato del lavoro ancora bassa, 62,7%. L’inflazione si attesterà intorno all’1,5% nel 2016, per salire all’1,9% nel 2017 e raggiungere l’obiettivo del 2% nel 2018.

Ma tutti questi numeri potrebbero essere scompaginati dalle misure del nuovo presidente. «Sì, ne abbiamo discusso tra di noi e abbiamo concluso che c’è molta incertezza sulla linea della prossima amministrazione». Janet Yellen cerca le parole più neutrali possibili. Tuttavia il punto è molto chiaro. Nella campagna elettorale Trump ha promesso un grande piano di interventi pubblici, da finanziare con crediti di imposta e quindi, almeno in una prima fase, con un deficit di bilancio. È la strada giusta? Yellen risponde: «Abbiamo un tasso di disoccupazione pari al 4,6%, vicino al nostro obiettivo del 4%, che consideriamo piena occupazione. Un grande stimolo fiscale potrebbe avere l’effetto di allentare leggermente il tasso di disoccupazione, ma potrebbe avere effetti sull’inflazione». Le conseguenze indesiderate, quindi, potrebbero essere superiori ai benefici. C’è un’alternativa? La presidente della Fed ripete, con toni più sfumati, quanto aveva già detto il 16 novembre scorso, in un’audizione al Congresso: «Il Paese ha bisogno di aumentare la produttività, con misure che favoriscano la formazione, l’organizzazione del lavoro». La distanza è netta: Trump si prepara a una manovra per sostenere la domanda; Yellen insiste perché si intervenga sulla struttura dell’economia.

Trump, infine, vuole spazzare via i controlli sulla finanza previsti dalla legge Dodd-Frank. Yellen torna a replicare: «Abbiamo vissuto una crisi molto grave. Penso che quelle norme debbano restare».

Wall Street ha accolto l’annuncio del rialzo dei tassi con un nuovo record storico per il Dow Jones. Ma poi ha ripiegato chiudendo in negativo (-0,59%).

Giuseppe Sarcina

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