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«Svolta politica al vertice Ue»

Mossa a sopresa della cancelliera Merkel che ha annunciato in serata di voler presentare, al prossimo vertice Ue di fine giugno, un piano per far avanzare il processo di unificazione politica dell’Ue. La notizia è arrivata in serata dopo il pressing di Barack Obama che ieri ha chiamato sia il premier italiano Mario Monti che il cancelliere tedesco Angela Markel. La Casa Bianca ha affermato che i leader si sono trovati d’accordo sull’importanza di passi per migliorare «la resistenza dell’Eurozona» e aiutare «la crescita europea e globale». Palazzo Chigi ha fatto sapere che il colloquio telefonico tra Monti e Obama ha evidenziato piena sintonia sulla necessità «di rafforzare la capacità dell’Eurozona di affrontare la crisi e di stimolare la crescita in Europa». I due leader, ha continuato il comunicato, «rimarranno in stretto contatto».

Il giro di telefonate è stato il più recente e chiaro atto del nuovo interventismo americano sul Vecchio continente, frutto della preoccupazione di Obama per un contagio internazionale che metta in pericolo anche la già debole ripresa degli Stati Uniti. Un interventismo rivolto, in realtà, anzitutto a vincere le resistenze a fare di più da parte della maggior potenza economica europea, la Germania. Nelle ore precedenti Obama aveva chiamato il premier britannico David Cameron, mettendo a fuoco un messaggio congiunto che Cameron consegnerà oggi alla Merkel nel corso di incontri bilaterali. Il telegramma anglo-americano a Berlino è ancora più esplicito: serve «un immediato piano per affrontare la crisi e restituire fiducia ai mercati», come «una strategia di lungo termine per assicurare una valuta unica stabile». La Casa Bianca ha arruolato anche la Cina nella sua offensiva. Il segretario al Tesoro Tim Geithner ha parlato ieri con il vice premier di Pechino Wang Qishan «dei recenti sviluppi sui mercati e delle sfide davanti all’economia globale, compresa l’Europa». La Cina fa parte del G-20 che si incontrerà il 18 e 19 giugno in Messico e che, agli occhi degli americani, è l’occasione perché gli europei si presentino con adeguati piani anti-crisi. Pechino ha già promesso in passato sostegno ai Paesi dell’Eurozona in difficoltà che varino riforme.

Il pressing, stando all’amministrazione, starebbe dando risultati. Dopo le telefonate, il portavoce della Casa Bianca Jim Carney ha dichiarato: «Sembra che gli europei stiano agendo con senso di urgenza, un atteggiamento benvenuto. Speriamo in azioni rapide nelle prossime settimane, compresi i giorni precedenti il G-20». Azioni, si dice alla Casa Bianca e al Tesoro, sull’anello debole della Spagna quali la concertazione di nuovi strumenti per il sostegno e l’integrazione dei Paesi dell’Eurozona.

Washington sente l’urgenza, dettata dalle ombre di crisi che attraversano l’Atlantico. Wall Street è in tensione e le aziende americane cominciano a lanciare allarmi sui risultati aziendali legati all’Europa. Questo mentre gli Stati Uniti sono già alle prese con una brusca frenata economica interna, per la terza primavera consecutiva: il Pil nel primo trimestre è stato rivisto a una magra crescita dell’1,9 per cento. E l’occupazione delude: in maggio sono stati creati solo 69mila posti di lavoro, meno della metà del previsto, spingendo il tasso di disoccupazione dall’8,1% all’8,2 per cento.

La debolezza è tale da minacciare le chance di rielezione di Obama. L’Europa, nel clima di battaglia per le urne presidenziali di novembre, è presa a bersaglio sia dai democratici che dai repubblicani, ma come incarnazione di mali opposti. Il candidato repubblicano Mitt Romney minimizza il pericolo del contagio per denunciare anzitutto le politiche di spesa di Obama, salvo aggiungere che queste somigliano alle scelte che hanno portato l’Europa sul baratro. Obama e i suoi alleati replicano che è al contrario grave il problema di un’Europa incerta nella reazione alla crisi e capace così di danneggiare l’economia mondiale. E l’ex presidente Bill Clinton ha accusato i repubblicani di voler copiare dall’Europa ricette fallimentari: politiche di «austerità e disoccupazione» che aggravano la stagnazione.

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