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Svolta mondiale contro l’evasione

Prove di svolta mondiale nella lotta all’evasione. Non siamo ancora alla cabina di regia unica sul contrasto a chi non paga le tasse o cerca di pagarne il meno possibile, sfruttando i paradisi fiscali, ma qualcosa si sta muovendo soprattutto sul fronte dello scambio automatico di informazioni tra i Paesi e sull’abbattimento del muro del segreto bancario. Dopo che anche l’ultimo G-20 dei ministri delle Finanze ha esortato a proseguire su questa strada. Certo, i singoli Stati non rinunciano a procedere ognuno per sé, però da un lato l’Unione europea e dall’altro l’Ocse si propongono come i playmaker di un’azione più sinergica.
La spinta della crisi
La crisi sta mettendo in ginocchio le principali economie mondiali e grava sui bilanci pubblici. Diventa così sempre più sentita l’esigenza di fare cassa e di recuperare, almeno in parte, le ricchezze nascoste al Fisco. Il difetto italiano della mancanza di una stima ufficiale dell’evasione fiscale si riflette a livello internazionale. Ma se la stima del sommerso nella sola Unione europea è di mille miliardi di euro all’anno si capisce la gravità del fenomeno dell’occultamento di ricchezza verso i paradisi fiscali. Per questo l’Ocse sta dando battaglia con una moral suasion sui Paesi offshore a fornire informazioni agli Stati a prelievo “pieno” (come l’Italia) e con un contrasto a chi cerca di ridurre al massimo l’imponibile e di farsi tassare a condizioni più vantaggiose nei paradisi fiscali. Nel mirino c’è il meccanismo delle controllate estere così come il transfer pricing, vale a dire il prezzo del trasferimento di beni o di servizi tra società appartenenti allo stesso gruppo, ma che si trovano in Paesi diversi: le somme vengono spostate da uno Stato all’altro gonfiando i costi. E a schermare i capitali degli evasori ci sono anche i “tradizionali” trust o le frodi carosello per non versare l’Iva. Per questo sono al lavoro tre gruppi di studio che, entro luglio, presenteranno un action plan per indicare la strada lungo cui muoversi sull’erosione di redditi imponibili.
Il modello degli Stati Uniti
Il vento anti-evasione soffia anche negli Stati Uniti, che puntano ad aggredire il segreto bancario con il Fatca (acronimo di Foreign account tax compliance act), fatto approvare nel 2010 dall’amministrazione guidata dal presidente Barack Obama. La legge, che entrerà in vigore il 1° gennaio 2014, ha l’obiettivo di far emergere le attività finanziarie che i cittadini americani detengono all’estero. Per rendere operativo il Fatca è necessario che Usa e Paesi stranieri sottoscrivano un accordo. A firmare le intese Facta, finora, sono stati Messico, Danimarca, Regno Unito, Irlanda e Svizzera: banche e intermediari finanziari attivi in questi Stati dovranno segnalare la presenza tra i loro clienti di cittadini Usa.
La piattaforma dell’Europa
Proprio il Fatca è diventato il modello intorno al quale alcuni Paesi Ue puntano a fare squadra contro l’evasione internazionale. Nei giorni scorsi i ministri delle Finanze di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito hanno scritto al Commissario Ue al Fisco, Algirdas Semeta, per annunciare l’intento di lavorare insieme su «una piattaforma multilaterale di scambio di informazioni». E ai primi cinque Stati si sono aggiunti Polonia, Olanda, Romania e Belgio.
Ma non solo, perché l’obiettivo è anche quello di monitorare i passi avanti che vengono fatti dai singoli Stati sia sul versante dell’individuazione di paradisi fiscali sia attraverso le azioni anti-abuso per contrastare la pianificazione fiscale aggressiva per eludere le imposte. Un monitoraggio che sarà affidato alla piattaforma per la buona governance fiscale di cui faranno parte sia i rappresentanti delle autorità tributarie degli Stati membri sia esperti non governativi e provenienti, per esempio, dal mondo delle attività produttive, delle università o delle associazioni non profit.
Lo schema Rubik
Un altro fronte su cui si sono mossi alcuni Stati europei – più per recuperare gettito dai capitali trasferiti illecitamente all’estero che per combattere l’evasione – è quello dei patti “separati”. Gli esempi sono gli accordi siglati da Gran Bretagna e Austria con la Svizzera (e anche dalla Germania, ma qui l’accordo non è stato “bloccato” dal Parlamento): intese che lasciano intatto il segreto bancario in cambio di un prelievo alla fonte su depositi e conti correnti. In questa direzione si è mossa anche l’Italia nei mesi scorsi, ma le difficoltà politiche hanno rallentato l’iter dei colloqui con Berna. E nel prossimo futuro potrebbe anche essere presa in considerazione un’ipotesi per favorire il rimpatrio di tutti i capitali esportati illecitamente con il pagamento delle imposte ordinarie, ma con un abbattimento delle sanzioni, come suggerito dal gruppo di lavoro sull’autoriciclaggio del ministero della Giustizia.
Intanto, però, è vicina al traguardo la ratifica della convenzione con San Marino, che farebbe cadere il segreto bancario. Dopo il via libera del Consiglio dei ministri al disegno di legge, ora dipende tutto dal Parlamento che dovrà approvarlo.

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