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Svolta Fca, più capitale per 4 miliardi E per Ferrari un destino a Wall Street

 L’asso nella manica è il più invocato (dai mercati) e il più smentito (dai vertici del gruppo). Si chiama Ferrari, ovviamente. Verrà scorporata da Fiat Chrysler Automobiles, il relativo 90% (l’altro 10% è e resterà di Piero Ferrari) sarà in massima parte distribuito pro quota agli stessi soci Fca, e soprattutto servirà a portare «la rossa» a Wall Street: è del 10% il pacchetto che Sergio Marchionne e John Elkann offriranno agli investitori internazionali, secondo una delle delibere approvate ieri dal board riunito per la prima volta a Londra. Il titolo Ferrari comparirà entro il 2015 sui tabelloni del New York Stock Exchange. Esattamente come Fca, cui farà da volano per un rafforzamento patrimoniale da almeno quattro miliardi. Ed esattamente come Fca — ora anche più «libera» in vista di probabili alleanze — dovrebbe avere a Milano il listino secondario. 
Non ci sarà bisogno di aspettare un anno, però, per capire quale valore il mercato attribuisca davvero a Maranello. C’è chi dice, oggi, anche nove, dieci miliardi di euro. Troppo, considerato che tutta Fiat Chrysler ne capitalizza (ora) un po’ meno? Il giusto, dato che tra i titoli del lusso — dove il Cavallino correrà — sarebbe senza dubbio «unico», come dice Marchionne ad analisti già all’apparenza convinti?
«Vedremo, penso che saremo positivamente sorpresi», scommette lui. Una prima idea la si è avuta ieri, in pochi secondi. Il consiglio non ha fatto quasi in tempo ad annunciare l’operazione, che sarà anticipata da un convertendo da 2 miliardi di euro e dalla vendita negli Usa di 100 milioni di azioni Fca: al solo binomio «scorporo Ferrari» si sono scatenati gli acquisti. A Milano, nonostante una trimestrale che ha pagato la crisi del Brasile (ma con ricavi su del 14% a 23,6 miliardi, utile ante imposte in crescita del 7% a 926 milioni, profitti netti stabili 188), il titolo è arrivato fino al +21% prima di chiudere a +12,79% ( Exor in scia: +7%). A New York è andata in parallelo.
Ha perciò ragione, Elkann, a definire il board di ieri «storico: ha dato la possibilità a Fca di rafforzarsi patrimonialmente e a Ferrari quella di iniziare un nuovo capitolo nella sua grande storia». Ha ancora più ragione Marchionne a sottolineare, con evidente soddisfazione: «Abbiamo risolto numerose questioni che ci hanno occupato a lungo». In effetti. Quella che ha costruito è un’operazione che massimizza tutto il possibile. Fca (che conferma i target 2014) «doveva» di irrobustire il capitale. Non voleva, e non poteva, bussare ai soci. Convertendo e classamento di titoli propri e sostitutivi del recesso rischiavano risposte non brillantissime, almeno non a breve. E allora ecco la carta magica Ferrari. È da sempre oggetto dei desideri borsistici di tutto il mondo. Ma chiunque voglia diventarne azionista deve aspettare l’Ipo del 2015 (e il 10% non è molto). Oppure può essere socio Fiat Chrysler, o sottoscrittore del convertendo: nell’uno e nell’altro caso le azioni li riceverà (pro quota) gratis. Morale: qualcuno si è stupito, della caccia immediata a Fca?
Certo, questa «Ferrari americana» per quotazione certifica le ragioni del divorzio da Luca Montezemolo. Marchionne può però insistere sulla «grandissima opportunità di preservare l’italianità di un’azienda unica al mondo» e, insieme, di portare a Fca i quattro miliardi che consentiranno totale tranquillità di investimento. Anche questo (è la sua altra scommessa) dovrebbe dare al gruppo la solidità e la visibilità necessaria a non essere, a Wall Street, solo una comparsa. E senza che ciò cambi gli equilibri. Elkann, con Exor, sottoscriverà il convertendo per 600 milioni. Significa che, in attesa del big deal , non si diluirà in Fca. E che in Ferrari sarà primo azionista con poco meno del 30%.

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