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Svolta dei Salini in Impregilo

di Antonia Jacchia

MILANO — Lo ripete da anni, «bisogna crescere, perchè se siamo piccoli a livello europeo, siamo piccolissimi di fronte ai grandi player soprattutto cinesi». E così Pietro Salini, amministratore delegato dell'omonimo gruppo di costruttori, ha cominciato ad assestare le sue pedine. Poco più di un anno fa la fusione con l'azienda guidata da Luisa Todini per diventare il terzo gruppo italiano nelle infrastrutture e nei giorni scorsi, con un'operazione a sorpresa, l'ingresso nel capitale di Impregilo, il big storico (insieme con Astaldi) di cui ha acquisito una quota dell'8,13% per circa 60 milioni.

«Un investimento strategico dalla forte valenza industriale — spiega Salini —. Impregilo è un'impresa con un grande passato, un presente e un futuro importanti e che ha nel suo Dna l'integrazione. Siamo due società ideali per affrontare un futuro di crescita. E poi si è trattato di un'opportunità, visto i costi di Borsa favorevoli, che non avremmo potuto considerare in un altro momento».

La parola d'ordine che l'amministratore delegato cinquantatreenne, nipote del fondatore (anche lui di nome Pietro) e figlio di Simonpietro (l'attuale presidente «che ha ormai delegato l'operatività»), ripete come un mantra è «sinergie», grazie a una sovrapposizione del portafoglio che «idealmente copre un'area del mondo molto vasta». Salini che ha chiuso il 2010 con un fatturato di 1,2 miliardi (di cui circa il 90% realizzato all'estero) è presente in Paesi dove Impregilo è assente (o quasi): Africa, Algeria, Turchia, Ucraina e Bulgaria. Invece il gruppo controllato dalle famiglie Benetton, Gavio e Ligresti (riuniti nella holding Igli) è forte in Centro-Sud America, Svizzera, Romania e negli Emirati. Da qui la «capacità di saper programmare insieme una crescita» aggiunge Salini che però qualche resistenza da parte del primo socio la mette in conto anche perchè il suo ingresso coincide con un probabile riassetto di Igli (in vista della scadenza del patto del prossimo anno). Ma l'imprenditore romano è convinto con un «dialogo produttivo» di poter spazzare via ogni tensione: «Ci vuole tempo per poter digerire ogni operazione, ma noi siamo disponibili ad aspettare».

Di fronte a un «panorama disarmante» («quando gli imprenditori non buttano il cuore oltre l'ostacolo è deprimente») Salini ha dalla sua oltre all'entusiasmo, una forte liquidità (31 milioni gli utili 2010 del gruppo), un indebitamente di 229 milioni («dovuto in gran parte al consolidamento della controllata Todini, a fine anno dovremmo essere vicini al pareggio») e un portafoglio ordini «ancora da eseguire di 11,5 miliardi». Tanto che il piano industriale per il 2015 punta a 3 miliardi di fatturato («senza acquisizioni»), traguardo «già coperto al 60% dalle commesse in corso» (dalla metropolitana di Copenaghen, alle opere in corso in Malesia, Bielorussia, Asia Centrale).

L'obiettivo della Salini che con i suoi 14 mila dipendenti è presente in 40 Paesi al mondo è di «proiettare il gruppo sui mercati internazionali e tra i leader europei». Per questo la «società di famiglia» che quest'anno compie 75 anni, ha voluto «conformarsi già a uno standard di società quotata, molto managerializzata, con una presenza limitata di familiari» nella gestione. Nel consiglio di amministrazione accanto al presidente e all'amministratore delegato siedono il cugino Simon Pietro Salini, Luisa Todini e tre consiglieri indipendenti. Due le holding di famiglia, la Salini Simonpietro (l'accomandita che controlla il gruppo con il 52%, la cui maggioranza è in mano a Pietro) mentre i titoli rimanenti (47%) sono dell'altro ramo familiare di Francesco Saverio con i figli (nella Saparl).

E la Borsa? «L'idea c'è ma in tempi di mercato completamente diversi».

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