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Svolta di Corbyn sulla Brexit adesso vuole un altro referendum

Ci sono voluti milioni di voti persi alle ultime europee, un partito sull’orlo della spaccatura, la fuga degli iscritti. Ma alla fine Jeremy Corbyn ha ceduto e ieri il 70enne leader del Labour ha annunciato una cruciale svolta europeista sulla Brexit. Perché adesso, qualsiasi patto di uscita dall’Ue, inclusa quella senza accordo “No Deal”, contemplato dal prossimo governo conservatore di Boris Johnson o Jeremy Hunt, per Corbyn dovrà essere sottoposto ai voti di un nuovo referendum popolare. Non solo: in questo caso, il Labour farà espressamente campagna per la permanenza nella Ue.
È una svolta grossa, nonostante i tipici equilibrismi linguistici di Corbyn. Perché il potenzialmente rovinoso No Deal è in questo momento lo scenario più probabile all’orizzonte e anche se Johnson o Hunt trovassero un miracoloso accordo con l’Europa entro il 31 ottobre, in ogni caso Corbyn chiederebbe espressamente un secondo referendum sulla Brexit. Inoltre, sinora il leader laburista, che i suoi critici dipingono come un euroscettico neanche troppo mascherato, sino a ieri ripeteva di voler rispettare il risultato del referendum del 2016. Ora, invece, il Labour, almeno fino a quando i conservatori avranno il comando, farà attivamente campagna per restare in Europa.
E se invece Johnson o Hunt dovessero cadere e si andasse ad elezioni? Qui sta l’inghippo, perché Corbyn nella sua lettera agli iscritti di ieri non dà molti dettagli sulla linea che seguirà il Labour. Allo stesso tempo, conferma la fiducia nel suo piano Brexit: uscita dall’Ue, con il Regno Unito che tuttavia rimarrebbe nell’unione doganale europea e in una sorta di mercato unico. Una soluzione che molto difficilmente avrà i numeri in Parlamento ma comunque ci sarebbe una contraddizione evidente: ora il Labour farà campagna per rimanere in Europa, in caso di future nuove elezioni potrebbe impegnarsi per uscirne. «Quando sarà il momento vedremo», ha dichiarato Corbyn ieri sera alla Bbc . «Può essere tra due mesi, un anno o nel 2022. Allora ci confronteremo con gli iscritti e prenderemo una decisione ».
Proprio sulla sua ambiguità e titubanza che lo hanno condannato a moltissime critiche nel partito, Corbyn ha risposto: «Ho fatto ciò che viene richiesto a ogni leader: prendersi del tempo e ascoltare le persone. Molti miei colleghi l’hanno considerato frustrante ma io voglio portare con me gli iscritti, i sindacati, la gente». Negli ultimi giorni, persino John McDonnell, il ministro delle Finanze “ombra” e fedelissimo di Corbyn, si era dissociato dal leader chiedendogli una linea più netta sulla Brexit in chiave Ue. Decisivo, comunque, è stato lunedì sera il sostegno alla nuova linea europeista da parte di tutti i sindacati legati al Labour, incluso (a sorpresa) quello dell’euroscettico Ben Cluskey. A quel punto Corbyn si è deciso. E ieri è giunta la svolta, in un partito ancora afflitto da tanti problemi. Sempre ieri, tre esponenti laburisti della Camera dei Lord, e cioè Lord Turnberg, Lord Triesman e Lord Darzi, hanno abbandonato il partito per la spinosissima questione antisemitismo nel Labour Party.

Antonello Guerrera

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