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Svolta Bce, si fermerà l’acquisto dei titoli Draghi: sull’Italia non facciamo drammi

La straordinaria politica monetaria che ha spinto l’eurozona fuori dalla crisi finanziaria si avvia verso la fine. Ieri, Mario Draghi ha annunciato che, salvo eventi oggi non prevedibili, c’è una tempistica per fare finire il Quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli sui mercati attraverso il quale la Bce ha immesso una grande quantità di denaro nell’economia (quasi 2.500 miliardi). L’annuncio avviene nonostante le tensioni geopolitiche, soprattutto commerciali, e nonostante l’evoluzione del quadro politico italiano che a fine maggio ha agitato i mercati. Durante la conferenza stampa seguita alla riunione dei Consiglio dei Governatori della Bce — tenuto questa volta non a Francoforte ma a Riga — riferendosi al dibattito in Italia, Draghi ha detto che «non dovremmo drammatizzare troppo i cambi di politica economica». Quello che conta è che «rimangano all’interno dei trattati esistenti», che «non distruggano i progressi fatti», anche «attraverso il linguaggio». Tra l’altro, discutere di appartenenza o meno alla moneta unica è inutile: «L’euro è irreversibile — ha ribadito il presidente della Bce — Perché è forte, perché la gente lo vuole, perché metterlo in dubbio non va a beneficio di alcuno». Niente drammi, dunque: tanto che la politica monetaria va secondo i ritmi dell’eurozona, non dell’Italia.

Draghi ha spiegato che gli acquisti di titoli continueranno al passo attuale, 30 miliardi al mese, fino a settembre, come previsto. Poi scenderanno a 15 miliardi mensili per finire con il 2018. Ciò «soggetto al fatto che i dati che arriveranno confermino la nostra previsione di medio termine sull’inflazione». I riacquisti di titoli nel portafoglio della Bce che vanno in scadenza continueranno, per mantenere stabile il livello di liquidità nel sistema euro: si calcola che si tratti in media di circa 15 miliardi al mese. Su questa base, dunque, anche dalla fine del 2018 non ci sarà un stretta della politica monetaria ma una sua stabilizzazione. Ieri la Bce ha anche leggermente cambiato la cosiddetta forward guidance, cioè l’annuncio sul futuro dei tassi d’interesse. Dalla dizione usata finora, cioè che i tassi attuali sarebbero rimasti invariati «ben oltre» la fine degli acquisti netti di titoli, si passa alla formula «ci aspettiamo che rimangano al livello presente almeno durante l’estate 2019 e in ogni caso finché sarà necessario per assicurare che l’evoluzione dell’inflazione rimanga allineata con le nostre attuali aspettative». Dopo le comunicazioni della Bce, l’euro si è prima rafforzato e poi indebolito sul dollaro (anche per circostanze americane), lo spread si è mosso su e giù moderatamente, la Borsa è salita di oltre l’1%.

Il momento che si sapeva dovesse arrivare è insomma arrivato ieri. Draghi ha però precisato più volte che rimane in essere «un grado ampio di accomodamento monetario» e ha voluto aggiungere che gli acquisti di titoli «restano parte della politica monetaria», nel senso che «non spariscono, rimangono nella scatola degli attrezzi». Le decisioni di ieri, in particolare quelle sui tassi d’interesse, sono state prese all’unanimità dal Consiglio dei Governatori: sia sulla data, sia sulle condizioni nelle quali il primo aumento del costo del denaro avverrà.

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