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Svizzera, stop agli stipendi d’oro stravince il sì al tetto per i manager

Si chiama Thomas Minder, è un piccolo industriale svizzero, con una fabbrichetta che produce materiale per l’igiene dentale e passerà alla storia per aver fatto piangere i tycoon delle grandi banche e delle multinazionali, quotate alla borsa di Zurigo. Ai quali è riuscito a tagliare, senza tante storie, stipendi e bonus a molti zeri. Minder, che siede nel Parlamento federale come indipendente, ha vinto il referendum che lui stesso aveva denominato “contro le retribuzioni abusive”, e al quale il 67,9 per cento dell’elettorato ha dato il proprio consenso, una delle maggioranze più schiaccianti della storia della confederazione.
«Minder ha vinto, innanzitutto, per la coincidenza tra crisi economica, avvertita pure in Svizzera, con le notizie sui bonus milionari di molti supermanager», spiega l’avvocato Paolo Bernasconi, presidente del comitato nazionale che si è battuto perché il referendum passasse. «Tenga presente — aggiunge Bernasconi — che, finora, i dirigenti delle aziende quotate in Borsa potevano decidere, personalmente, l’importo del proprio stipendio e dell’eventuale buonuscita, avallati da consigli d’amministrazione compiacenti». Ed è contro questo meccanismo perverso che si è, praticamente, sollevato, il popolo svizzero. Il quale ha deciso che, d’ora innanzi, sarà l’assemblea degli azionisti, quindi non più il Consiglio di amministrazione, a stabilire l’ammontare dei bonus e degli stipendi.
La storia della lotta della pulce Minder, contro i titani della grande industria e della finanza, inizia nel 2001, con il fallimento di Swissair. Al piccolo imprenditore di Sciaffusa non andò giù che Mario Corti, l’amministratore delegato della compagnia fosse riuscito, nonostante quell’epilogo inglorioso, a intascare una liquidazione di 12 milioni e mezzo di franchi, una decina di milioni di euro di oggi. «Ed è stato, anche, alla luce di questo ed altri scandali, che abbiamo proposto che, in futuro, vengano vietate sia le liquidazioni che le buonuscite », dice ancora l’avvocato Paolo Bernasconi. Il Governo elvetico ha un anno di tempo per adeguare la normativa sulle aziende quotate, alla luce del risultato del referendum. Intanto, coloro che si erano opposti alle tesi di Minder, continuano a dipingere un’economia svizzera che sarà contraddistinta da un esodo massiccio dei manager più capaci, verso mercati ancora disponibili a versare retribuzioni multimilionarie. Secondo Paolo Bernasconi, «Sono favole: all’estero, in generale, i manager sono pagati peggio e la concorrenza è più forte». «Potrà piuttosto succedere — argomenta dal canto suo l’ex-presidente del partito liberale svizzero, Fulvio Pelli — che una holding sia trasferita fuori dalla Confederazione, di modo che le retribuzioni dei suoi dirigenti verranno decise all’estero, aggirando, in tal modo, la legge». «Per tradizione — dice Pelli — i dirigenti d’azienda svizzeri hanno, sempre, goduto, di un’immagine austera. Poi, una ventina d’anni fa, si è sposato il modello americano, con la conseguenza che si è saputo di top manager, come il numero uno di Credit Suisse, Brady Dougan, che in un solo anno è arrivato a guadagnare 60 milioni di franchi».

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