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Svizzera, in banca con i giudici

Operazioni agli sportelli delle banche svizzere a colpi di sentenze. Di fronte al rifiuto da parte delle banche elvetiche di rilasciare contanti o effettuare bonifici, l’unica strada per i correntisti è quella di ricorrere dal giudice e i tribunali civili si schierano dalla parte dei clienti. Rifiutare di eseguire le richieste dei correntisti consiste, infatti, in una violazione del rapporto contrattuale tra banca e cliente. Quest’ultimo, infatti, non può subire alcun tipo di pregiudizio per tutelare la banca da eventuali conseguenze sul piano penale. Questo l’orientamento della giurisprudenza elvetica illustrato, ieri, dal professor Paolo Bernasconi, nel corso dell’ incontro organizzato a Bologna dalla Fondazione Antonio Uckmar avente ad oggetto l’evoluzione applicativa della voluntary disclosure. Una situazione quella tra banche e clienti sempre più tesa tanto che alcuni istituti hanno aumentato la sicurezza privata dopo episodi di correntisti che a seguito del rifiuto di accedere ai propri conti hanno sfiorato la rissa travalicando dal tradizionale aplomb elvetico.

Finisce all’angolo la strategia del «denaro fiscalmente dichiarato» posta in essere dalle banche svizzere. La prassi a cui, da due anni a questa parte, gli istituti di credito hanno dato vita negando al cliente la possibilità di effettuare prelievi in contanti o di effettuare bonifici verso determinate società o conti correnti aperti in paesi black list, viola i termini contrattuali tra banca e cliente. «Sempre più spesso i correntisti di determinate banche svizzere con sede a Ginevra e Lugano, si stanno rivolgendo ai tribunali civili a seguito del rifiuto della banca di effettuare le operazioni richieste. Rifiuto», ha spiegato Bernasconi, «giustificato dalla banca sulla base di una impossibilità giuridica di effettuare l’operazione a pena di incorrere in concorso in autoriciclaggio o altre conseguenze relative alla 231/2007 (la legge in materia di antiriciclaggio). Motivazioni, però, non ritenute sufficientemente valide dalla giustizia elvetica di appello. «Dopo una giurisprudenza di primo grado orientata verso l’accoglimento della tesi delle banche, ora le corti di appello stanno ribaltando i verdetti obbligando gli istituti di credito ad eseguire determinate prestazioni sulla base del rapporto contrattuale tra istituto e cliente. La ragione di questo orientamento, che sta portando a forti scontri all’interno degli istituti di credito», ha sottolineato Bernasconi, «vanno ricercate nel combinato disposto dell’entrata in vigore della legge sulla voluntary discolsure in Italia da un lato e dell’imminente firma dell’accordo Italia-Svizzera dall’altro lato. Dopo la firma di quest’ultimo, infatti, l’Agenzia delle entrate potrà ottenere tutte le informazioni che potranno essergli utili per indagini finanziarie, a partire dal giorno della firma dell’accordo, non solo in relazione ad una singola persona ma anche in relazione a una lista di persone appartenenti a una certa categoria».

A pochi mesi dal suo avvio sul territorio italiano, quindi, la voluntary disclosure ha già dato avvio a un contenzioso oltre confine che, per stessa ammissione di Victor Uckmar, professore emerito dell’Università di Genova, «sarà solo l’inizio di una serie di problemi che si verificheranno anche sul territorio italiano. Il testo della voluntary, infatti, più che una legge è un vero e proprio brogliaccio che non potrà portare nulla di buono data la sue incertezza applicativa che, del resto», ha sottolineato Uckmar, «non si discosta dalla mancanza di chiarezza e certezza che contraddistingue il sistema italiano». A porre l’accento, invece, su quello che dovrà essere l’elemento centrale della procedura di voluntary, il professor Giuseppe Corasaniti, docente presso l’Università di Brescia. «La disclosure, così come strutturata, potrà funzionare solo se verranno rispettati i criteri di completezza e veridicità delle informazioni attraverso la corretta stesura della relazione di accompagnamento all’interno della quale dovrà esserci la qualificazione giuridica e fiscale di tutti gli imponibili. E, per farlo, è assolutamente necessario che siano interpellate più figure professionali, non solo l’avvocato tributarista ma anche commercialisti, avvocati penalisti ed eventualmente anche periti tecnici. Fatto questo, poi», ha concluso Corasaniti, «è assolutamente necessario che i professionisti, prima di presentare la domanda di voluntary, chiedano un confronto con l’amministrazione finanziaria nel corso del quale dovranno avere conferma di quanto inserito nella relazione di accompagnamento».

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