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Svizzera come rifugio: la corsa porta il franco alla parità con l’euro

di Stefano Carrer, Lino Terlizzi e Giovanni Vegezzi

Il clima di grande incertezza dei listini azionari contagia anche il mercato dei cambi, dove pesano i segnali contraddittori in arrivo dall'economia americana e il progredire della crisi del debito in Europa. A fronte di una sostanziale tenuta dell'euro, a volare sul mercato sono però state altre due divise in cui gli investitori hanno cercato un approdo sicuro rispetto a Stati Uniti ed Eurozona: il franco svizzero e lo yen giapponese. Se da un lato la valuta elvetica sta continuando ad apprezzarsi come bene rifugio (creando qualche preoccupazione per un export che rimane però ancora solido), diversi sono i problemi in Oriente. A Tokyo, infatti, l'aumento del valore dello yen sta causando non poche preoccupazioni fra le autorità che sono arrivate a minacciare un'azione unilaterale per ridare ossigeno alle esportazioni.

Intanto, nonostante le rinnovate tensioni sul debito italiano e spagnolo, la moneta comune europea ha concluso la giornata con un lieve rialzo nei confronti del dollaro a quota 1,42 contro gli 1,41 della chiusura di lunedì. L'euro tiene anche nei confronti della moneta giapponese, quotando 109 yen (in linea con la chiusura di lunedì), e contro la divisa inglese praticamente stabile a quota 0,87 sterline. Diverso il discorso per il franco svizzero che ha segnato ieri un nuovo record e continua a marciare verso livelli fino a poco tempo fa impensabili, tanto da far sembrare sempre più concreto il raggiungimento di un rapporto a 1 a 1 con l'euro.

Il franco come l'oro

Teoricamente non è corretto paragonare una valuta ad un metallo prezioso, ma in pratica quello che sta accadendo in questa fase è proprio che il franco svizzero per certi aspetti compete con l'oro nella corsa dei beni rifugio. La moneta elvetica ieri ha conquistato nuovi record sia in rapporto all'euro che in rapporto al dollaro. In serata la valuta unica europea è scesa sino a 1,0847 franchi, mentre il biglietto verde è arretrato sino a 0,7642 franchi. Nella sola giornata di ieri sia l'euro che il dollaro hanno perso oltre il 2% nei confronti del franco. In effetti, bisognerebbe dire che è il franco a salire più che le altre monete a scendere, perché la moneta rossocrociata in sostanza ha guadagnato quasi ininterrottamente terreno sulle altre principali valute, a partire dall'anno scorso e con un'accelerazione negli ultimi mesi.

Sull'euro il franco è avanzato di quasi il 20% nell'ultimo anno e di circa il 14% negli ultimi sei mesi. Sul dollaro ha conquistato circa il 25% in un anno e circa il 18% in sei mesi. Ora la prospettiva di una rapporto 1 a 1 con l'euro e di 0,70 con il dollaro viene vista come una possibilità in tempi non lunghi da molti analisti della piazza elvetica. Se proseguiranno le tensioni negli Usa e nell'Eurozona, dovute ai debiti pubblici ed alle incertezze sulla consistenza della ripresa economica, il franco potrebbe continuare la sua corsa. Se no, il franco smetterà di salire e la Svizzera, a quel punto, forse tirerà il fiato.

Questa ascesa del franco , infatti, da un lato soddisfa la Confederazione che vede affermarsi nuovamente la sua valuta e la sua piazza finanziaria, ma dall'altra preoccupa quella parte ampia dell'economia elvetica che vive di esportazioni. L'export rossocrociato sin qui è rimasto forte ma ora comincia a registrare alcune frenate. I vantaggi di una moneta così robusta, compreso il basso costo dell'import, sin qui hanno coperto gli svantaggi sul piano dell'export, ma è chiaro che la tendenza non potrà continuare all'infinito. Ma la partita non si gioca tanto in Svizzera quanto sui mercati internazionali. Dove il franco, in uno scenario di incertezze, per ora resta bene rifugio ricercato.

Uno yen insostenibile

Attenzione: «Lo yen è fortemente sopravvalutato». Con queste parole il ministro delle Finanze giapponese Yoshihiko Noda, questa volta, sembra fare sul serio nel minacciare a breve termine un intervento sul mercato dei cambi, dopo che lunedì la divisa nipponica è arrivata a un soffio dal record storico sul dollaro (76,30 contro i 76,25 del 17 marzo scorso) e ieri, dopo una oscillazione al rialzo, è tornato sotto quota 77 (e sotto 110 sull'euro) in seguito ai deludenti dati sulla spesa dei consumatori americani. Noda non solo si è riferito al valore assoluto dello yen – lasciando intendere che, a differenza del passato, l'intervento potrebbe materializzarsi anche senza una rapidità e profondità del processo di apprezzamento – ma ha fatto capire di avere iniziato contatti con i partner del G7 per preavvertirli della possibilità di una azione unilaterale.

Praticamente da escludere, infatti, che si arrivi all'annuncio di un intervento concertato del G7, come avvenne il 18 marzo scorso, vista la situazione di debolezza strutturale di Usa ed Eurozona. Anche la Banca centrale giapponese (BoJ) – sotto forti sollecitazioni da parte di alcuni esponenti del governo – ha lanciato segnali di fumo: venerdì prossimo, al termine della due giorni del suo comitato di politica monetaria, potrebbe procedere ad ulteriori mosse di allentamento, ad esempio ampliando gli acquisti di asset finanziari.

Un coordinamento di fatto tra BoJ e Finanze potrebbe avere più successo nell'allontanare lo spettro di uno yen a quota 75, livello considerato insostenibile dagli esportatori e tale da minare la fiducia delle imprese e la ripresa post-terremoto dell'economia.

Il condizionale è d'obbligo, perché sull'efficacia di un intervento nelle attuali circostanze i dubbi abbondano. Secondo una nota di Barclays Capital, il problema è che una mossa intempestiva – prima di un eventuale declassamento del debito Usa o di altri dati economici negativi (come quello, atteso per venerdì, del numero delle buste paga negli Usa) – potrebbe risultare persino controproducente. C'è in ballo anche la reputazione del nuovo “Mister Yen” Takehiko Nakao, appena insediatosi del ruolo di viceministro delle Finanze per gli affari internazionali.

Dal mondo industriale gli appelli al governo si moltiplicano, con la minaccia implicita di trasferimento all'estero di attività produttive. «Non ce la facciamo a reggere il passo di questo trend valutario», ha detto ieri il senior manager director della Toyota, Takahiko Ijichi, annunciando una perdita operativa trimestrale di circa un miliardo di euro.

 

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