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Sussidi, la riforma costa 20 miliardi nella fase iniziale

Almeno 20 miliardi di euro negli anni di transizione, circa 10 miliardi a regime, al netto della crisi e della capacità contributiva (o meno) di piccole imprese e autonomi, che vengono inclusi nei nuovi sussidi dalla bozza di riforma degli ammortizzatori sociali messa a punto dagli esperti nominati lo scorso luglio dal ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo.

All’indomani dell’anticipazione, su questo giornale, dei contenuti della proposta di riordino dei sussidi è il “capitolo costi” a tener banco, sia quelli a carico dello Stato sia quelli, negli anni, che dovranno sostenere le aziende per finanziare il sistema di protezione universale che estende la copertura degli ammortizzatori anche al mondo autonomo. La bozza di documento, sul punto, ipotizza un modello di finanziamento dei “nuovi ammortizzatori” che va a gravare sin da subito, per un periodo iniziale indicato in un triennio, sulla fiscalità generale, mantenendo poi, a regime, il meccanismo assicurativo basato sulla contribuzione dei datori di lavoro e dei lavoratori, prevedendo però, in particolare per le integrazioni straordinarie, una maggiorazione dei contributi ordinari, differenziati in ragione alle dimensioni aziendali, oltre a un aggravio del contributo addizionale.

Secondo la bozza di linee guida, le nuove casse, ordinaria e straordinaria, ampliano il rispettivo raggio d’azione. La Cigs, in particolare, si estenderebbe, sostanzialmente, a tutti i settori produttivi e a tutte le imprese, a prescindere dal numero di occupati (eliminando «il riferimento ai 15 dipendenti» oggi previsto dalla riforma del 2015). La Cigs per cessazione, introdotta poco più di un anno fa, viene resa strutturale, 12 mesi di intervento prorogabili di ulteriori 6 mesi per completare il piano di cessione e o di reindustrializzazione delle aree dismesse. Stessa “universalizzazione” scatta per la cassa integrazione ordinaria che “conquisterebbe” anche una nuova causale «calamità naturali e stati di emergenza dichiarati con Dpcm», passando da due a tre. Stop invece a Cig in deroga e Fis.

Anche la Naspi, l’indennità di disoccupazione, è previsto che si allarghi a gran parte dei collaboratori (superando la Dis-coll) e agli autonomi iscritti esclusivamente alla gestione separata Inps. La nuova cassa integrazione avrebbe tetti di sussidio più elevati (0ggi 80%) e si suggerisce inoltre di introdurre «una soglia minima di importo» pari al reddito di cittadinanza o all’assegno sociale. Per la Naspi si prevedono 6 mesi di “sussidio minimo”, a prescindere dal requisito contributivo (restano i 30 giorni di lavoro effettivo).

Ma appunto, tutto questo, chi lo paga? «Si tratta di un aspetto, quello dei costi, determinante – sottolinea Arturo Maresca, ordinario di diritto del Lavoro all’università la Sapienza di Roma, e oltre 30 anni di consulenza alle imprese -. Il progetto di riordino dei sussidi è certamente ambizioso. Ma, al di là, delle proposte tecniche, sulla questione contribuzione si dice poco o nulla. E non è pensabile, anche tra tre anni, aumentare il costo del lavoro a carico delle imprese. Si tratterebbe, peraltro, di una politica contraria a quella di riduzione del cuneo che si sta ora portando avanti».

La bozza di documento è nelle mani del ministro Catalfo, che ha indicato in «due mesi» i tempi per la definizione del progetto di riforma degli ammortizzatori con l’obiettivo di avere un sistema «assicurativo universale ma differenziato a seconda della dimensione aziendale». Il ministro ha ribadito che i nuovi sussidi dovranno essere collegati alle politiche attive e di formazione (aspetto, questo, appena accennato nelle linee guida). Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha invece confermato una nuova proroga della Cig Covid-19 nei primi mesi del 2021 per i settori più penalizzati, ad esempio alberghi e ristoranti.

Proprio su un più stretto link tra ammortizzatori e politiche attive punta la proposta alternativa presentata ieri dal Pd, da Debora Serracchiani e Marco Miccoli che, tra l’altro, istituisce un “fondo” da 100 milioni di euro per il sostegno alla formazione”, prevedendo per i datori di lavoro dal 2021 l’esonero triennale dal versamento del 50% dei contributi previdenziali, a fronte di assunzioni a tempo indeterminato di lavoratori che abbiano partecipato ai percorsi di riqualificazione professionale.

«Dal documento emergono luci e ombre – avverte Pierangelo Albini, direttore dell’area Lavoro, welfare e capitale umano di Confindustria -. La sostenibilità economica dell’intero impianto non è un aspetto di poco conto e rischia di determinare un aumento dei costi sulle imprese, senza reali benefici per il mercato del lavoro. La proposta della commissione, risente eccessivamente dell’emergenza di questi mesi, e sembra poco flessibile se si considera quello che sarà la transizione economica del dopo Covid-19. Non si intravede, cioè, un possibile legame con le politiche economiche e industriali soprattutto se si considerano le proposte per la gestione delle crisi delle imprese più strutturate. Manca, quasi del tutto, il link con le politiche attive. Ancora una volta si gioca in difesa dell’esistente. Senza un legame solido con la formazione e le politiche di placement anche questa riforma non gioverà. Serve più coraggio».

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