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Supertutela nell’accesso

L’accertamento che prende avvio dall’accesso presso la sede della società è nullo se non si chiude con un processo verbale di constatazione. Tutto ciò a maggior ragione qualora nello stesso verbale delle operazioni compiute nel corso dell’accesso sia espressamente previsto che alla parte è riservata la facoltà di comunicare osservazioni e richieste agli uffici finanziari competenti entro sessanta giorni dalla notifica del processo verbale di constatazione redatto a chiusura dell’intervento.

È sulla base di questa motivazione di diritto che la commissione tributaria provinciale di Prato, con sentenze del 9 luglio scorso, ha accolto i ricorsi presentati da una società contro una serie di avvisi di accertamento spiccati dal locale ufficio delle entrate a seguito di un accesso presso la sede legale con acquisizione di un ingente mole di documentazione.

Le sentenze in rassegna sono importanti perchè oltre confermare il suddetto orientamento, ormai consolidato, in materia di concessione al contribuente del termine per memorie e repliche ex articolo 12, comma 7, dello Statuto, prendono posizione anche sull’altrettanto delicato tema del raddoppio dei termini per l’accertamento in presenza di violazioni per le quali vi è obbligo di denuncia per uno dei reati tributari di cui al dlgs 74/2000 nonché sulla prova della frode fiscale che incombe sull’ufficio.

Ma andiamo per gradi.

Nel caso di specie l’ufficio aveva ripreso a tassazione tutti i costi di appalto sostenuti dalla società per il restauro di una fortezza monumentale vincolata, muovendo dalla convinzione che i rapporti fra le parti del contratto non fossero stati ordinari rapporti di natura commerciale ma rapporti fra soggetti appartenenti allo stesso gruppo e quindi cointeressati e consenzienti nel porre in essere operazioni fraudolente.

Ricevuti gli accertamenti la società provvedeva all’impugnativa eccependo sia il mancato rispetto del suddetto termine dilatorio, sia l’assenza del reato presupposto per il raddoppio dei termini dell’accertamento sia tutta una serie di motivazioni di merito relative all’inerenza ed all’effettività dei costi sostenuti per il restauro certificati peraltro da un organo terzo quale la Soprintendenza dei beni culturali.

Le sentenze di primo grado accolgono in toto i ricorsi della società sia in diritto che nel merito con condanna dell’ufficio alla refusione delle spese processuali.

In relazione al mancato rispetto del termine dei sessanta giorni i giudici del capoluogo toscano non hanno avuto dubbi: a seguito dell’accesso eseguito nella sede della società ricorrente, si legge in sentenza, l’Agenzia avrebbe dovuto redigere un apposito pvc in contraddittorio con la parte al fine di certificare le operazioni effettuate, le risultanze emerse e le norme violate, assegnando il termine dilatorio di 60 giorni per proporre eventuali considerazioni e contestazioni.

Circa il raddoppio dei termini per l’accertamento la commissione ha poi ritenuto di dover accogliere le eccezioni della ricorrente secondo la quale il solo generico sospetto di un’attività illecita non è di per sé sufficiente a far slittare i termini per l’emissione dell’avviso di accertamento. Secondo la commissione infatti la segnalazione di reato inviata alla locale Procura della Repubblica era del tutto generica non individuando esattamente le fattispecie specifiche di violazione espressamente richieste dalla legge ed elencate nel dlgs 74/2000 per cui, non essendo ravvisabili i richiesti elementi di reato in capo alla società ricorrente, ne consegue la fondatezza dell’eccezione sollevata dalla medesima con la conseguente tardività della notifica dell’avviso di accertamento che ne comporta di fatto la nullità.

Circa la frode fiscale che secondo l’ufficio la società avrebbe messo in atto nei lavori di restauro del complesso monumentale la commissione rileva infine come nell’accertamento l’organizzazione di detta frode fiscale è più volte richiamata senza che la stessa sia mai conclamata apertamente.

Negli atti, si legge in sentenza, non è affatto rinvenibile la prova della presunta frode ma anzi vi sono elementi che fanno desumere una realtà esattamente opposta a quella solo enunciata dall’ufficio.

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