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Il supertestimone “Così hanno distrutto Popolare di Bari”

BARI — C’è un uomo che sa. Che sa tutto. Della Banca Popolare di Bari, dei suoi bilanci taroccati, dei quattro uomini che l’hanno portata per mano nell’abisso, salvo ora far finta o provare a far credere che fossero divisi tra cavalieri bianchi e neri: il patriarca della banca Marco Jacobini, i figli Luigi e Gianluca e l’amministratore delegato Vincenzo de Bustis Figarola. L’uomo che sa è una persona per bene. Si chiama Luca Sabetta. E la Popolare di Bari gli ha rovinato la vita, distruggendogli una carriera, togliendogli la serenità e il sonno. Luca Sabetta è un professionista dell’amministrazione bancaria, con vent’anni di carriera immacolata alle spalle. Doveva essere l’”utile idiota” necessario, nell’autunno del 2013, a convincere — come in effetti avvenne — la Vigilanza di Bankitalia che i rilievi sulla gestione dell’Istituto, a cominciare dall’uso clientelare delle linee creditizie, dalla inesistente gestione del rischio nell’impiego del capitale, avessero finalmente trovato una soluzione. O, comunque, a consentirle di registrare che una discontinuità nella governance della banca c’era stata. Luca Sabetta doveva essere il “Chief Risk Officer”, il capo di un’area rischio degna di questo nome, che Bari aspettava come un Godot per chiudere la partita con Palazzo Koch (sede di Bankitalia) e aprire — come in effetti avvenne — le porte all’acquisizione di un altro carrozzone bancario: l’abruzzese Banca Tercas.
Le cose, in quel 2013, andranno molto diversamente. Perché Luca Sabetta è una persona integra. Scopre, dai carteggi interni della Banca, che la Popolare è una finzione. E, dunque, tre anni fa, dopo essere stato demansionato, allontanato e denunciato per tentata estorsione dalla Popolare, trova la forza e il coraggio di dire la verità. Di rompere la crosta di omertà e ricatti che tutto tiene insieme. Di salire nell’ufficio del Procuratore aggiunto di Bari, Roberto Rossi, e mettere a verbale la storia di cui oggi si cominciano nitidamente a vedere i contorni. E che è solo all’inizio. Una storia che ora vale ai tre Jacobini e a De Bustis — oltre alle contestazioni di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza — anche un’iscrizione al registro degli indagati per maltrattamenti, lesioni personali, estorsione. Una storia — per come Repubblica è in grado di ricostruire — andata così.
Il Godot di Verona
È l’estate del 2013. La Popolare, ormai lo sappiamo, oltre ad essere gravata dal blocco all’acquisizione di altri istituti di credito, è alle prese con una nuova ispezione di Bankitalia che promette di concludersi come le precedenti. Con la censura della governance della banca. Vincenzo De Bustis, in quel momento vice direttore generale, ha un’idea. Conosce (per aver lavorato con lui in Mps e Banca 121) un fior di amministratore che è a Verona, al “Banco Popolare Veneto”, con 20 anni di esperienza. Gli presenta i tre Jacobini, padre e figli. Lo lusinga spiegandogli che, di fatto, gli darà in mano le chiavi della Popolare. Perché non solo sarà il nuovo “Chief Risk Officer”, il capo dell’Area rischio. Ma avrà poteri di veto nei confronti del Consiglio, della Presidenza e dell’ad in tutte le decisioni che dovessero andare a incrociare scelte strategiche nella gestione del capitale — linee di credito, acquisizioni, investimenti in fondi mobiliari e immobiliari — che non lo convincono. Insomma, Sabetta, che è una persona per bene, si convince che a Bari abbiano davvero bisogno di lui non solo per risanare una banca ma ricostruirne la reputazione. Si sbaglia. E lo capisce presto.
Sabetta chi?
Luca Sabetta viene assunto alla Popolare il 18 ottobre del 2013. La data non è casuale. Come ormai sappiamo ( Repubblica lo ha raccontato ieri), cinque giorni dopo, il 23 ottobre, in una singolare seduta del Cda cui partecipa Carmelo Barbagallo, allora capo della Vigilanza di Bankitalia, la Popolare, mentre viene informata, delle criticità che continua a presentare la sua governance, avvia con Palazzo Koch, pur essendo inibita dal farlo, il carteggio che segnala la sua intenzione di accollarsi la decotta Tercas, per cui Bankitalia cerca acquirenti. Bene, in quel 23 ottobre 2013, la nomina di Sabetta è oro. Ma Sabetta, che è uomo intelligente, capisce immediatamente che qualcosa non va. Gli hanno raccontato che è l’uomo con in mano il destino della banca. Ma, a Bari, si ritrova, senza neppure essere stato presentato al Cda, in un ufficio dove non hanno la più pallida idea di chi diavolo sia. Soprattutto, dove si ritrova tra i piedi, come vice, tale Antonio Zullo. Un uomo di Marco Jacobini. Quello che fino al giorno della sua assunzione ha gestito l’area “rischio” con i metodi della casa Jacobini. Come, ad esempio — ed è la prima cosa che inquieta Sabetta — alcune triangolazioni su fondi mobiliari che vedono la Banca Popolare, contemporaneamente, partecipare ad un Fondo e finanziare un terzo soggetto che quel Fondo vuole acquistare. Un conflitto di interesse grande come una casa.
Tercas cosa?
Naturalmente, c’è dell’altro. Sabetta scopre l’intenzione della Banca di acquisire Tercas a giochi ormai fatti. E quando chiede lumi, qualche straccio di numero, si ritrova tra le mani un power-point buono per le slide di un ufficio stampa. Il 15 novembre del 2013, dieci giorni dopo che la Popolare ha concesso a Tercas un mutuo in grado di rientrare con Bankitalia del prestito a titolo di liquidità di emergenza, Sabetta viene convocato De Bustis. L’unico che davvero conosce. Lo stesso cui intende dire che l’acquisizione di Tercas — anche solo sulla scorta dei pochi numeri che è riuscito a mettere insieme in meno di due settimane di lavoro nel suo ufficio prigione — è una follia che porterà la Popolare sugli scogli. L’appuntamento è nella casa che abita De Bustis quando è Bari. E l’incontro è una catastrofe. De Bustis, con fare sornione, gli annuncia che per lui la sua carriera di Chief Risk Officer alla Popolare è finita. A neppure un mese di distanza da quando è cominciata. Che per lui ha pensato a un nuovo incarico. Quello di Responsabile Finanza e Mercati di Tercas, il carrozzone che Popolare sta per acquisire e che Sabetta vede come la peste. È l’inizio della fine. Sabetta lo sa e comincia a registrare di nascosto i suoi colloqui con De Bustis. Prove a futura memoria di quel che accade nel retrobottega della Banca.
La punizione e l’allontanamento
Sabetta a Tercas non andrà mai. Ma la storia con la Popolare è finita non appena cominciata. Gli Jacobini e De Bustis lo parcheggiano dove non possa fare danni e soprattutto dove non possa più ficcare il naso nel cuore della banca. A gennaio 2014, diventa amministratore delegato della PBCF, una società satellite della Popolare. Dove proverebbe anche a lavorare, ma dove non c’è altro che gli venga fatto fare se non guardare il soffitto dalla mattina alla sera. Se ne ammala. E, nel dicembre del 2015, arriva il benservito. La Popolare gli contesta alcune assenze per malattia e avvia la procedura di risoluzione del rapporto. Nel 2016, al Procuratore aggiunto Roberto Rossi viene annunciata una visita.
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