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Supermario fissa l’agenda “Prima leggi sulle riforme la flessibilità solo dopo”

«Le riforme strutturali, a questo punto, devono chiaramente prendere slancio». Batte e ribatte sul concetto, Mario Draghi. Vuole che i governi «emettano e attuino» le misure, senza inutili chiacchiere. E’ convinto che «nessuno stimolo può bastare da solo» se la politica non fa la sua parte. Anche per questo, prima della svolta della Bce, ha incontrato o sentito i leader più influenti, inclusi la tedesca Merkel, il francese Hollande e l’italiano Renzi. Con quest’ultimo, in piena estate, ha avuto «una conversazione confidenziale »: «Non ho nulla da aggiungere a quanto detto», taglia corto.

Però è chiaro che per Draghi la questione delle riforme strutturali è cruciale, nel momento in cui l’economia europea rimane debole, la disoccupazione altissima e l’inflazione pericolosamente bassa. «Non parlo con i leader politici per chiedere rassicurazioni su quello che intendono fare: non è questo il dialogo istituzionale corretto. E dunque, non c’è nessun grande compromesso. Il fatto è che ognuno deve fare il proprio lavoro. Noi facciamo la politica monetaria, gli altri altre cose». Ovvero, «passi in avanti decisivi» sul terreno appunto delle riforme strutturali che invece, in molti casi, necessitano ancora di «passi legislativi » e «dell’attuazione» vera e propria.
Non fa nomi, il presidente della Bce. Ma è evidente che parla anche all’Italia, che detiene la presidenza di turno in Europa. Nel suo ragionamento, ora che i tassi sono ridotti al minimo e sta per partire il programma Abs, tocca alla politica dare le risposte che mancano, pena il rischio di restare impantanati.
Draghi riconosce che le riforme strutturali hanno «molti costi ». Ma si chiede: «La mancanza di crescita non è già un costo in sé?». Poi aggiunge: «Questo è quello che vediamo al momento: disoccupazione alta, in molti Paesi ai massimi storici; crescita bassa da anni con diversi partner ancora lontanissimi dai livelli di sviluppo del 2005». E, non ultimo, «in alcuni Paesi i salari di ingresso sul mercato del lavoro sono quelli registrati negli anni ‘80». E allora, se così stanno le cose «non sarebbe meglio portare anche questa area, quella delle riforme strutturali, entro lo stesso tipo di cornice che abbiamo già per la disciplina di bilancio? Non si tratta di perdita di sovranità nazionale ma di una condivisione di regole comuni con altri come è già successo nella politica monetaria con la Bce e l’euro ». Una impostazione del genere «avrebbe molti benefici».
Perciò, basta annunci. Ci vuole invece un Patto per le riforme. Bisogna accelerare «gli sforzi» per attuarne di vere, che puntino «al raggiungimento di una crescita sostenibile e di un’occupazione più elevata». Il tutto, senza «tornare sui propri passi» né «disfare» i risultati ottenuti in termini di risanamento. Anche tutte le richieste di maggiore flessibilità sono in qualche maniera mal poste. Spiega: «Dal punto di vista di un rafforzamento della fiducia, che è una delle ragioni per cui in diverse aree manca la crescita, sarebbe meglio se facessimo prima una discussione seria sulle riforme strutturali e poi sulla flessibilità: è questo il mio suggerimento». Secondo Draghi, inoltre, una certa flessibilità esiste già, è «insita nelle regole».
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