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Super-euro, scatta il campanello d’allarme

Stavolta pochi parlano di «guerra delle valute» e sul mercato non sembra esserci l’agitazione di qualche mese fa. Eppure l’euro è sempre a livello di guardia: per ora si mantiene vicino alla quota di 1,36 dollari riconquistata la settimana scorsa dopo 8 mesi, ma per diversi analisti è pronto a spiccare il balzo verso 1,40 e forse anche oltre. Un valore che rappresenta un serio ostacolo a chi fa affidamento sull’export oltroceano, come si legge nelle due testimonianze riportate in questa pagina, e che rischia di mettere i bastoni fra le ruote di una ripresa europea tutt’altro che consolidata.
Nessuno punta, almeno per il momento, il dito sulle Banche centrali e sulle loro strategie di «svalutazione competitiva» più o meno mascherate. La situazione rispetto a inizio anno, quando il tema della guerra delle valute era molto gettonato anche fra i politici non è però molto cambiata. Perché se è vero che la paralisi del governo federale statunitense (shutdown) ha guidato i ribassi del dollaro nell’ultima settimana, è altrettanto evidente che l’indebolimento del biglietto verde è iniziato quando è apparso chiaro agli operatori che la Federal Reserve non avrebbe ridotto lo stimolo monetario (tapering) in modo così rapido come si pensava.
L’atteggiamento ultraespansivo di Washington – al pari di quello che si pratica a Londra e Tokyo e combinato invece con le politiche più prudenti della Banca centrale europea (Bce) – finisce per rafforzare l’euro, che pure ha da parte sua qualche altro motivo per scalare posizioni nei confronti delle altre valute. L’Eurozona, per esempio, è esportatrice netta di merci e servizi (non solo la Germania, ma anche le altre economie) ha la bilancia commerciale in attivo (a differenza degli Usa) ed è stata anche in grado di attirare capitali come nessun altro in questi ultimi 5 mesi, intercettando soprattutto i flussi in uscita dalle economie emergenti.
I dati raccolti da Epfr Global mostrano infatti che da maggio in poi gli investimenti netti diretti verso il Vecchio Continente attraverso fondi obbligazionari e azionari hanno totalizzato i 22,5 miliardi di dollari: un altro «surplus» che ha contribuito a rafforzare la divisa comune. Il fatto che nell’ultima settimana di settembre le posizioni nette lunghe assunte non a scopo di copertura sull’euro/dollaro rilevate da Cftc fra chi investe al Cme di Chicago abbiano toccato a quota 65.844 contratti il livello massimo dal maggio 2011 è inoltre un segnale evidente di come si siano spostate anche le mire degli «speculatori».
A differenza dello scorso febbraio, l’avanzata dell’euro non ha per il momento trovato ostacoli a Francoforte e per la verità neppure nelle capitali europee. Certo, il mandato della Bce non comprende il controllo del cambio (almeno nella misura in cui questo non vada a influire sull’inflazione), ma il modo con cui giovedì scorso il presidente Mario Draghi ha tagliato sul nascere ogni discussione sui movimenti delle valute ha ridato fiato a quanti puntano sull’euro. E una spinta ancora maggiore l’ha esercitato probabilmente il silenzio per certi aspetti assordante dei governi europei sul tema, quando otto mesi fa le pressioni a intervenire per cambiare la tendenza non erano mancate, soprattutto dal presidente francese François Hollande. Per adesso l’euro forte non sembra evidentemente preoccupare nessuno, tranne le aziende italiane.

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